Tutto quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato

“Noi qui in Italia mangiamo male”. Questa è la frase che non ti aspetti e per un attimo ti chiedi se hai capito bene. Lui, Andrea Segrè, agronomo ed economista nonché docente all’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market, ti dice che sì, hai capito bene e te lo dimostra con i numeri, spiegandoti che quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato e costoso.

Insomma, che mangiar male non è per niente economico e altre cose che ti fanno riflettere sulla precarietà della tua gestione domestica. Allora ti chiedi perché tra tutte le cose di cui poteva appassionarsi ha scelto proprio lo spreco di cibo e lui te lo spiega raccontandoti che tanti anni prima, dopo la caduta del muro di Berlino, era nei paesi Baltici con un progetto di cooperazione internazionale ed entrando in un supermercato ha visto che sugli scaffali c’era un solo prodotto: un solo tipo di sapone, un solo tipo di miele, un solo tipo di latte. Stupefatto – dice proprio così – torna nel mondo diciamo sviluppato ed entrando in un supermercato guarda gli scaffali e vede che ci sono 50 tipi di sapone, 50 tipi di miele e 50 tipi di latte. Si chiede perché da una parte un prodotto solo e dall’altra migliaia: “Va bene la diversificazione, ma noi abbiamo esagerato. Guardando il ripiano frigo con gli yogurt ne ho visti 32 e mi sono perso”.

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Confezione Barilla 1984

Professor Segrè, che cosa significa sprecare il cibo?
Significa gettare via alimenti che sono ancora buoni da mangiare o bere e che quindi diventano un rifiuto. Lo si fa perché magari la scadenza è ravvicinata o la confezione è danneggiata ma in realtà il contenuto è ancora buono. Noi pensiamo che il cibo sia una merce come le altre, perché possiamo sostituirlo e pagarlo poco. Non ne riconosciamo più il valore: non sappiamo a cosa ci serve e chi lo produce, cosa c’è dietro, quali sono i costi e quali i guadagni. Per questo bisogna portare l’educazione alimentare nelle scuole, riconoscendola così come una parte importante nella nostra vita. Sembra incredibile da dire ma noi, qui in Italia, mangiamo male.

In effetti sembra abbastanza incredibile. In Italia abbiamo una delle cucine più premiate al mondo e anche la famosa dieta mediterranea.
La verità è che quando facciamo la spesa il nostro carrello è sbilanciato: poca frutta e verdura e molti zuccheri. In media, secondo le nostre ricerche, questo ci costa 48 euro la settimana. Sa quanto costa lo stesso carrello fatto secondo le regole della piramide alimentare e quindi della famosissima dieta mediterranea, sulla cui qualità siamo tutti d’accordo?

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Pubblicità della Nutella presumibilmente 70, 80

Non ne ho idea, forse costa molto di più.
Anche io credevo così: si dice che la dieta mediterranea faccia bene ma nessuno ti dice che costa solo due euro in più. Lo abbiamo testato con un carrello da 50 euro nello stesso posto dove abbiamo fatto la spesa classica italiana. La differenza, quei due euro, li investiamo in salute e impatto ambientale. Il problema, qui in Italia, è che nessuno ti insegna a mangiare perché non c’è nessun interesse a farlo. Ed è sbagliatissimo. Pensi che c’è un terzo carrello, quello cosiddetto fast food, che evidentemente non è sinonimo di low cost perché ci costa 130 euro la settimana. Più del doppio.

C’è qualcuno che mangia peggio degli altri?
I poveri mangiano male e la prova è che l’obesità è un problema delle fasce di popolazione con reddito più basso. Sembra assurdo ma questo problema legato all’alimentazione non è sinonimo di ricchezza: il ricco cerca di mangiare meglio, spende di più e ha un tasso di obesità inferiore. Il povero invece magia male perché vuole spendere poco e non sa scegliere gli alimenti. In più c’è un altro fattore che deve essere considerato: si preferisce spendere soldi per uno smartphone piuttosto che in cibi sani. Una decisione che ha ripercussioni sulla salute e sull’ambiente, perché il cibo spazzatura fa male a entrambi.

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Torniamo allo spreco alimentare. Con la crisi economica vien da dire che la situazione sia migliorata. Tutti stanno più attenti a risparmiare?
Sì, un po’ è vero. Ma non è un bel segnale: dovremmo stare attenti allo spreco alimentare per la salute nostra e del pianeta, non per i soldi.

Quali sono le regole da seguire per ridurre lo spreco?
Quelle delle nonne: fare la spesa in maniera decente senza troppo accumulo, recuperare gli avanzi, usare meglio i fornelli e la cucina. Il frigorifero non è un bidone della spazzatura refrigerato dove infilare roba che poi nessuno consuma e che quindi diventa rifiuto.

Lei ha fondato Last Minute Market con il quale cerca di ridurre lo spreco di cibo coinvolgendo grande distribuzione e associazioni di volontariato in un circuito virtuoso. Qual è il vostro obiettivo?
Chiudere, è questo il nostro obiettivo. Questo significherebbe non aver più spreco su cui lavorare. Ci siamo resi conto che non risolvi il problema recuperando perché l’obiettivo è non sprecare, non mettere in condizione di riutilizzare qualcosa. Questo perché lo spreca significa costi ambientali ed economici.

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Il nostro modello sociale ed economico è però basato sul consumismo. Difficile uscirne, che dice?
Il nostro modello economico è basato sul produrre e consumare e visto che non si riesce a consumare tutto si distrugge parte della produzione. Quello che serve è un cambiamento radicale: passare dal modello attuale, che è di crescita lineare, ad un modello di crescita circolare, che è quello della natura. Se ci pensa, noi siamo gli unici animali a distruggere il territorio che abbiamo intorno. Riflettiamo sul fatto che i nostri rifiuti sono risorse per altre specie e che il tempo permette di ripristinare le risorse.

Perché ha iniziato a occuparsi di politiche agricole, modelli di consumo e strategie contro gli sprechi?
Ho lavorato molto nella cooperazione internazionale e ho guardato in faccia lo spreco. Sono partito da lì. Ho visto gettare via le risorse e ho capito perché i paesi in via di sviluppo restano sempre in via di sviluppo. Per me era insopportabile veder sprecati tutti quei prodotti agricoli, ma nessuno diceva nulla. Io però sono un professore indipendente e così ho iniziato a parlare. E adesso sono qui e continuo a farlo.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: John Donges via photopin cc.

Storia di Milly che ha reso il mondo un po’ più pulito

Il 3 agosto scorso è morta alla veneranda età di 91 anni. E probabilmente, la frase più appropriata da scolpire sulla sua lapide dovrebbe essere “la storia siamo noi”.  Perché lei, Milly Zantow, sconosciuta vecchietta di North Freedom, nella contea di Sauk, Wisconsin, ne è stata la dimostrazione.  A celebrarla saranno in pochi,  nessuno la conosce al di fuori della cerchia ristretta dell’ambientalismo negli Usa, ma se oggi il riciclo dei rifiuti è diventato un processo comune in moltissimi paesi e l’opinione pubblica è sempre più sensibile a quelli che dovranno essere i passi successivi (riuso, riduzione e recupero. Ne abbiamo parlato qui) un po’ – molto – lo si deve anche lei.

Fonte immagine: Wisconsin State Journal
Fonte immagine: Wisconsin State Journal

E’ stata lei infatti a fondare uno dei primi centri di riciclo dei rifiuti negli Stati Uniti (e quindi del mondo).  E’ stata la sua determinazione nel cercare di capire come separare le differenti tipologie di plastica a spingere The American Society of the Plastics Industry a creare i primi codici di riciclaggio oggi diventati standard in tutto il mondo.

La storia di Milly Zantow comincia verso la fine degli anni ’70, all’apice della cultura dell’usa e getta nata dal boom economico e dalla diffusione enorme della materie plastiche. All’epoca il concetto di riciclaggio è praticamente sconosciuto. Ma non in Giappone, paese nel quale Milly, allora cinquantacinquenne, compie un viaggio insieme al marito nel 1978. Rimanendo impressionata dalla qualità e quantità dell’attività di riciclo dei rifiuti praticata nel paese del Sol levante.

Tornata negli Stati Uniti Milly capisce di trovarsi davanti a un terreno praticamente vergine nel settore del riciclaggio: c’è una rivoluzione da fare in un paese infestato dalla plastica.  Chiama un’industria di Milwaukee, la Borden Milk Company, e fa una semplice domanda: “Cosa accade se uno dei vostri contenitori di plastica per il latte esce difettoso dalla catena?” La risposta è altrettanto lineare: “riparte dell’inizio, viene decomposta e reinserita in catena”.  Per Milly, un’illuminazione. “Perchè – si chiede – se un prodotto plastico può essere riciclato all’origine, non si può fare lo stesso dopo il suo consumo?”.

Coinvolge un’amica, Jenny Ehl, insieme ritirano le proprie polizze sulla vita e per 5000 dollari comprano un granulatore di plastica e nel 1979 fondano la loro piccola società di riciclo rifiuti, la E-Z Recycling. Uno dei primi centri negli Usa, se non il primo, a riciclare plastica, vetro, giornali, cartone e alluminio. Parallelamente, comincia a creare in giro per la contea quelle che oggi si chiamano “isole ecologiche” per la raccolta dei rifiuti. 

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Man mano che la piccola società cresce, Milly si convince di dover allargare lo spettro di materiali plastici da riciclare. Vuole includere prodotti dall’uso comune come bottiglie di shampoo, detergenti per casa e simili. Un problema, vista la varietà di tipi di plastica coinvolti. Ma lei non molla. Si rivolge all’Università del Wisconsin per imparare come distinguere le varie plastiche utilizzando diversi test. Si convince che la varietà di materiali riciclabili è molto più ampia di quella fino ad allora inclusa in sistemi di riciclaggio. Sperimenta e comincia a riciclare.

La notizia si diffonde e da tutti gli Stati Uniti cominciano ad arrivarle telefonate di persone e imprese che intendono a loro volta allargare i tipi di prodotti da riciclare, come racconta la stessa Zantow nel breve documentario del 2009 dedicato alla sua storia, “Plastics One through Seven“.

Il movimento ambientalista cresce e, racconta sempre Zantow nel documentario, “mi convinsi che la tipologia di plastica doveva essere già segnalata sull’etichetta del contenitore, in modo da facilitare le attività di riciclo”. Nel 1988, finalmente, la Società americana dell’industria plastica definisce i codici di riciclaggio.

Come racconta il Wisconsin State Journal, la Zantow non ha guadagnato praticamente niente dalla sua attività (ceduta nel 1982 a una società di Milwaukee) nella quale, al suo apice, hanno lavorato cinque persone, tutte volontarie.

Nel 2010, l’APA (American Planning Association) società non profit che premia coloro che operano con progetti di sviluppo della comunità, le ha assegnato un premio come riconoscimento per la sua attività di pioniera del riciclaggio negli Stati Uniti e nel mondo intero.

(Davide Lombardi)

Leggi il reportage di Converso: E la chiamavano spazzatura.

copertina: Tal Bright via photopin cc

E la chiamavano spazzatura

Dare agli oggetti una seconda vita potrebbe salvare il pianeta. Come? Riducendo le montagne di rifiuti nelle discariche e quindi l’inquinamento. Per farlo basta applicare le quattro erre: riciclo, riuso, riduzione e recupero, con un po’ di fantasia. C’è chi ha aperto un sito web dove barattare cose vecchie, chi trasforma abiti usati in pezzi unici e chi con la spazzatura ci fa musica.

Di Anna Ferri, Davide Lombardi, Lucia Maini, Davide Mantovani

Leggi tutto “E la chiamavano spazzatura”