Arcipelago Strel’cov. La triste epopea del George Best sovietico

Leggenda del calcio russo di tutti i tempi, per il suo anticonformismo Eduard Strel’cov rappresentò un pericolo per il regime sovietico. Condannato per un presunto stupro nel 1958, finì per cinque anni in un gulag. Questa è la sua storia.

Nelle intenzioni del partito, l’homo sovieticus è un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Negli anni ’60, i modelli da seguire sono i giovani studenti che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quelli negativi invece si sintetizzano in una sola parola, stiljaga: il giovane “decadente” che ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Come Eduard Strel’cov.

A volte certe storie sembrano scriversi da sole. Nessuna limatura, è già tutto pronto. La vicenda che segue ha di perfetto persino il nome del protagonista. Strel’cov. La radice è la parola russa strelà, la freccia. Roba che un mestierante della metafora ci si sfregherebbe le mani per settimane. Tanto per rendere l’idea Boris Pasternak per uno dei personaggi più controversi del sul suo Dottor Živago, il sognatore sanguinario marito di Lara, scelse un nome molto simile, Strel’nikov. Stessa radice. La freccia.
Se a questo aggiungiamo lo sfondo, l’URSS del disgelo chruščeviano e della guerra fredda, la faccia del protagonista, un aitante ventenne con tanto di ciuffo biondo da divo del cinema, il gulag e l’immancabile sequela di teorie cospirazioniste, il gioco è fatto.

Un giovanissimo Eduard Strel'cov
Un giovanissimo Eduard Strel’cov

Peccato che per colpa di questo gioco il calcio mondiale forse, di sicuro quello russo, abbia buttato alle ortiche la possibilità di celebrare le gesta di uno dei suoi talenti più cristallini.
Eduard Anatol’evič Strel’cov (pronunciato Streltsòv), per i tifosi e compagni di squadra semplicemente Édik, nasce nel 1937 a Perovo, sobborgo orientale della capitale e da subito deve affrontare l’abbandono da parte del padre che, ufficiale dell’armata rossa, alla fine della “grande guerra patriottica” – come la chiamano da quelle parti – decide di lasciare moglie e figlio stabilendosi in Ucraina. Evento che inevitabilmente unisce in un rapporto simbiotico la futura stella con la mamma Sofia, la quale per tutta la sua vita rimarrà il suo più importante punto di riferimento. Pochi soldi, pochi libri di scuola, la passione per le maglie rosse dello Spartak e un immenso talento che a 16 anni lo fa approdare nelle fila della squadra della fabbrica di automobili ZIS, la Torpedo di Mosca, una sorta di cenerentola nel panorama calcistico della capitale dominato all’epoca dalla trojka formata da Dinamo (da sempre vicina agli ambienti del KGB), il CSKA (la squadra dell’esercito) e l’unica vera squadra nata dal basso, dal popolo, il già citato Spartak.

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Un’ascesa fulminante: prima di spegnere le diciassette candeline diventa il più giovane marcatore della storia del campionato sovietico, nel 1955 si aggiudica il titolo di capocannoniere (15 goal in 22 partite) e nel giugno di quello stesso anno bagna il suo esordio con la scritta CCCP sul petto con una tripletta contro la Svezia in quel Råsundastadion di Solna che nel novembre 2012 ha chiuso per sempre i battenti con la sfida di Europa League tra l’AIK e il Napoli, che col suo centravanti di allora Edinson Cavani, oggi al Paris Saint Germain, al 94′ ha segnato su rigore l’ultimo goal della storia dello stadio.

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Il 1955 si rivela un anno chiave non solo per la storia del cannoniere della Torpedo. Proprio in quell’anno altri giovani, in altre latitudini celebrano il successo di Rock Around The Clock di Bill Haley, il primo vagito della musica rock così come la conosciamo noi, e di un ventiquattrenne dell’Indiana, tale James Dean, la cui espressione tra l’ingenuo e il maledetto sarà l’icona di quella “gioventù bruciata” o – attenendosi al titolo originale del film – di quei “ribelli senza causa” che al posto della guerra in carne e piombo combattuta dai propri padri si ritrovano per primi ad affrontare il conflitto contro quei fantasmi di ovatta che rendono irrespirabile l’aria al tempo dell’economia del nuovo ordine mondiale.

Nemmeno i pari età della lontana terra dei soviet si dimostrano immuni al fascino maledetto dell’accoppiata ciuffo-broncio e così accade che quello di Eduard Strel’cov diventa nel giro di un paio d’anni oggetto di venerazione tra gli appassionati di calcio e non solo. Complice la valanga di goal che il ragazzo continua a segnare (37 nei campionati ’56 e ’57 e 16 con la maglia della nazionale nello stesso biennio), il suo caratteristico passaggio di tacco che in breve tempo divenne appunto il “passaggio alla Strel’cov”, l’eco internazionale che le sue gesta cominciano a suscitare (nel ’57 si piazza settimo nella classifica del pallone d’oro) e soprattutto grazie all’oro olimpico che la selezione sovietica conquista ai giochi di Melbourne del ’56.

Al minuto 0:46 del video, un esempio del “passaggio alla Strel’cov”

Strana avventura quella di Edik alle olimpiadi. A diciannove anni rifila un goal alla selezione della Germania unita e soprattutto decide ai supplementari con uno splendido goal ed un assist la semifinale con la Bulgaria. Ma nonostante la vittoria finale contro i “traditori” jugoslavi a casa Strel’cov non giungerà alcuna medaglia d’oro. Quella era riservata solo ai giocatori che disputavano la finale, match che a causa dell’infortunio di Ivanov, compagno di attacco nella Torpedo, Edik guarderà dalla panchina vista la scelta del selezionatore Kačalin di ovviare all’infortunio di una delle sue punte schierando un attacco tutto dello Spartak. Quando sul treno del ritorno trionfale in patria il suo sostituto Simonjan gli offrirà la propria medaglia Edik la rifiuta perché – dirà al compagno – lui ha “solo 19 anni e tanti trofei da vincere”. Forse Edik aveva in mente una data precisa mentre pronunciava quella frase: giugno del 1958. I mondiali in Svezia.

Manifesto di propaganda sovietico
Manifesto di propaganda sovietico

Dici mondiali del ’58 e la prima immagine che ti viene in mente è sempre la stessa. Quella di un Pelè diciassettenne che comincia ad incantare il mondo per poi scoppiare in un pianto liberatorio dopo il fischio finale. 5 a 2. I padroni di casa umiliati e Brasile campione per la prima volta nella sua storia.
In realtà quell’edizione della Coppa Rimet porta con sé anche due dolori, due laceranti mutilazioni. La prima riguarda la nazionale inglese che pochi mesi prima dell’inizio della competizione perde in un incidente aereo all’aeroporto di Monaco di Baviera i ragazzi del Manchester United, due dei quali, Duncan Edwards e Tommy Taylor, occuparono l’anno precendente rispettivamente la terza e l’ottava posizione nella classifica del pallone d’oro che, come già ricordato, vide Strel’cov piazzarsi al settimo.
La seconda perdita riguarda proprio Edik, l’attesa stella del nuovo calcio sovietico, che ai quei mondiali non ci andò. Così come a quelli a venire.

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Strel’cov fu arrestato il 26 maggio, due settimane prima del calcio d’inizio del mondiale, insieme ai compagni di nazionale Tatušin e Ogon’kov, entrambi rilasciati il giorno successivo. L’accusa è delle più terribili e infamanti: stupro. La sera prima i tre calciatori, insieme ad un tale Karachanov, ufficiale di aeronautica amico di infanzia di Tatušin – e figura quantomeno fumosa in tutta questa vicenda – hanno passato quella che aveva tutte le sembianze di un festa in dacia a base di alcol e sesso in compagnia di quattro ragazze. Una di queste, Marina Lebedeva, legherà per sempre con la sua denuncia per violenza sessuale il proprio nome a quello del campione della Torpedo. Strel’cov (c’era forse da dubitarne?) firma una confessione “spontanea” dopo la promessa da parte delle autorità di lasciarlo partire comunque per il mondiale. Una debolezza che, ovvio, fa calare il buio su tutta la faccenda. Per la stampa ufficiale il mostro ha confessato. Una condanna a dodici anni di detenzione, il gulag, l’oblio.

Strel’cov è davvero colpevole? E se fosse stata tutta una macchinazione, perché è stata messa in piedi? E soprattutto da chi?
Domande che ancora oggi non hanno una risposta definitiva ma attorno a cui ruota una pletora sterminata di materiale, e non solo in lingua russa. Articoli, documentari, speciali in tv, libri (al lettore italiano si consiglia il volume di Marco Iaria “Donne, vodka e gulag” del 2010) dai quali se non una verità univoca – la pravda, come la chiamano i russi – esce fuori comunque un quadro abbastanza definito. Attraverso una trama oscura, liquida e confusa come nella migliore tradizione delle storie giudiziarie di epoca sovietica la figura di Edik assume i contorni della vittima sacrificale la cui unica colpa è stata probabilmente quella di essere un anticonformista. E soprattutto di esserlo nel tempo e nel paese sbagliato.

Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.
Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.

Le autorità sovietiche impegnate nei difficili equilibrismi del disgelo avevano bisogno di affermare un principio da cui non si poteva transigere. Va bene il cambiamento, la fine del terrore, va bene denunciare i crimini di Stalin ma l’homo sovieticus era e doveva comunque restare un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Il valore indiscutibile dell’esempio. Quello positivo: la nuova generazione di poeti, gli artisti, gli studenti modello che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quello negativo era sintetizzato in una sola parola: stiljaga. Lo stiljaga è giovane, decadente, ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Tratto fondamentale di quest’ultimo, secondo la campagna stampa di regime, è infine quello di essere in qualche modo un privilegiato, il potersi permettere di non lavorare. Vi ricorda qualcuno?

Manifesto di propaganda sovietico per combattere l'abuso di alcol.
Manifesto di propaganda sovietico per combattere l’abuso di alcol.

Strel’cov, questo George Best ante-litteram, sembrava fatto apposta: amava – ricambiato – le donne, le feste, l’alcool e grazie ad un paio di episodi (un ritardo al raduno della nazionale ed una rissa) si era anche guadagnato la fama del ragazzino irriconoscente che sputa nel piatto di privilegi in cui pochissimi sportivi in tutta l’URSS potevano mangiare.
A tutto ciò si aggiunse una serie infinita di altre ipotesi. Tra le più plausibili ci sono contatti proibiti con squadre straniere, il rifiuto di trasferirsi a squadre più blasonate – e con più santi in paradiso – quali CSKA e Dinamo (la proposta passò attraverso l’altra leggenda del calcio sovietico, il portiere Lev Jašin) e soprattutto l’aperta ostilità di Ekaterina Furceva, prima donna nella storia dell’URSS ad entrare nel Politburo del Comitato Centrale del PCUS, braccio destro di Nikita Chruščёv e per i manuali di storia la donna più influente nei settant’anni di politica dell’Unione Sovietica. Un bel colpo, no?

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La leggenda metropolitana recita di un rifiuto di Strel’cov davanti alle avance di Svetlana, figlia adolescente della Furceva. Rifiuto condito da un appellativo poco carino (scimmia) usato dal calciatore nel raccontare l’aneddoto agli amici. Leggenda o meno è certo che fu proprio la Furceva a depositare sul tavolo del Segretario Generale il dossier Strel’cov. Un gesto che da solo equivalse ad una sentenza già scritta e protocollata.

Il buio per il campione durò in tutto – grazie alla buona condotta – cinque anni, di cui uno e mezzo nel gulag di Viatskoe.
In una realtà come l’URSS post-staliniana cinque anni sono un’era geologica. Durante la detenzione di Edik i sovietici sono riusciti a mandare il primo uomo nello spazio (il buon e bel Jurij sì che era un esempio da seguire), hanno sfiorato il conflitto nucleare con la crisi di Cuba e hanno preparato il terreno per il tramonto definitivo della figura di Chruščёv che sarebbe avvenuto nel giro di un anno. La stagnazione era alle porte.

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(Scusa e buona lettura)

Il 4 febbraio del 1963, dopo il “pentimento” di ordinanza, la società sovietica è pronta a riaccogliere nelle sue fila il nuovo e “rieducato” cittadino Strel’cov. Il cittadino, non il campione acclamato. Ci vollero altri due anni di campionati amatoriali con la squadra della fabbrica ZIL (con il passaparola che faceva lievitare il numero di spettatori verso cifre spropositate per il contesto) prima di vedere di nuovo il nome di Strel’cov nei tabellini del campionato sovietico. Fu Leonid Brežnev in persona, il nuovo leader del PCUS, ad avallare la sua presenza tra le fila della Torpedo in risposta ad una petizione popolare a lui indirizzata.

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Nell’edizione del 65, dopo sette anni, il massimo campionato dava il bentornato al suo campione. Un calciatore diverso, si vede da subito. Più lento, più corpulento a causa dei lavori forzati e come se non bastasse vistosamente stempiato. La classe è ancora lì però. Intatta.
Con i bianconeri vince il campionato (’65), la coppa sovietica (’66), e per due volte è eletto calciatore dell’anno (’67 e ’68). Non partecipa ai mondiali del ’66 a causa del divieto di espatrio che comunque penderà su di lui fino al settembre dell’anno successivo quando finalmente torna a varcare la cortina per sbarcare a San Siro. Coppa dei Campioni, Inter-Torpedo. E sempre a Milano, due mesi dopo, la prima trasferta con la nazionale sovietica.
A trentatré anni il ritiro, alla fine del campionato 1970. I goal totali in campionato saranno 99 – eterno incompiuto anche nei numeri – in 222 partite.

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Il “Pelè russo” muore di cancro il giorno dopo il suo 53esimo compleanno, il 23 di luglio del 1990, pochi giorni dopo la conclusione della disastrosa avventura della sua nazionale ad Italia 90, l’ultimo con l’amata e maledetta scritta CCCP sulle magliette.
Anche nel caso di Edik non può mancare il più triste dei rituali russi di fine ventesimo secolo: la riabilitazione post-mortem. Un gruppo di intellettuali e giornalisti ancora oggi si batte per la riapertura del caso che cancelli definitivamente ogni macchia dalla memoria del calciatore. Oggi a Mosca a lui dedicati ci sono uno stadio e ben due statue.

Curiosamente entrambe lo raffigurano nella versione appesantita e “rieducata” post-gulag. Perché – come dire – va bene riabilitare ma è sempre meglio non esagerare che non si sa mai.

Antonio Casillo

 

Un sabato qualunque, un sabato americano

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Avevo due obiettivi sabato sera: capire finalmente le regole del football americano e fare un video sulla prima partita dei Vipers in casa.

Non ci troviamo in America, ma poco fuori Modena, più precisamente nei campi della Polisportiva Saliceta San Giuliano. Qua si svolgerà tra poco il derby emiliano del campionato nazionale di football americano: i Vipers contro i Knights di San Giovanni in Persiceto, Bologna. Le vipere contro i cavalieri.

La partita è importante per vari motivi. Intanto perché è un derby, cosa che ai non sportivi non fa né caldo né freddo, ma per chi ci crede il derby non è mai una partita come le altre. E poi perché, oltre a essere la seconda partita che i Vipers di Modena giocano in assoluto, è anche la prima che giocano in casa. Quella precedente, a Piacenza, l’hanno persa, risultato prevedibile per una squadra nata da poco. Anzi, rinata.

I Vipers di Modena infatti sono nati per la prima volta negli anni ’80. Giocavano già in questi campi di Saliceta San Giuliano anche se – ci spiegano – quelli di oggi sono sintetici e sono molto meglio di quelli dove giocavano all’epoca.

I primi Vipers, 1988
I primi Vipers, 1988

Il football americano in Italia si è diffuso e ha avuto successo più o meno a metà degli anni ’80. Anche se era già approdato in Italia molto tempo prima: durante la seconda guerra mondiale il gioco americano per eccellenza era arrivato qua assieme alle truppe alleate e si parla di una storica partita a Bari nel 1944, anche se in una versione particolare dato che, per ovvi motivi, le due squadre non erano in grado di procurarsi le protezioni necessarie per giocare come si deve.

Se poi è arrivato a Modena si deve anche alla televisione. Il primo nucleo dei Vipers era formato soprattutto da spettatori di partite di football, gente che ai tortellini probabilmente preferiva un hamburger. “Ero appassionato delle cronache di Guido Bagatta su Canale 5” spiega Paolo Battaglia, che giocò con i Vipers in serie A e che oggi è tra i dirigenti della nuova squadra.

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Bagatta, popolare giornalista sportivo, nonché volto ma soprattutto voce televisiva, è un nome famigliare a tutti i non appassionati di calcio in Italia. Quei pazzi che, mentre tutti gli altri seguivano il Milan e la Juventus, sapevano tutto del Superbowl o dell’Nba. Quelli che rimpiangevano di essere nati qua, quelli che avrebbero voluto avere un papà che li portava a vedere le partite dei Lakers, dei New York Yankees o dei Dallas Cowboys. Insomma tutto, ma il calcio no. Gente nata nel continente sbagliato.

E fu così che soprattutto negli anni ’90 c’era chi abitava a Barletta, a Treviso, a Catania o a Oristano, che parlava di touchdown, regular season, shooting guard e così via, mentre gli altri li guardavano e scuotevano la testa con compassione, per poi tornare a completare il fantacalcio e altre cose più serie.

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In Italia il football americano è rimasto uno sport di nicchia. Per capirci, secondo dati Coni-Istat (Coni – Lo sport in Italia, 2014), gli atleti tesserati che in Italia giocano a calcio sono 1.098.450. Più di un milione. I tesserati del bridge sono 22mila, quelli del rugby 76mila. I tesserati alla Federazione italiana di American Football invece sono circa 5mila. Parliamo quindi di uno sport praticato da un manipolo di appassionati.

Steve Cavazzuti, oggi coach e general manager dei rinati Vipers, come Battaglia faceva parte della formazione originale anni ’80/90 e col football giocato ha smesso solo qualche anno fa. Ora è a guida del gruppo degli ex giocatori che vogliono formare le nuove leve modenesi del football americano. Il primo obiettivo, già raggiunto, era trovare un numero sufficiente di ragazzi. Infatti le squadre di football americano sono composte da 40, 50 o anche 60 giocatori. I Vipers, rinati nel maggio dell’anno scorso, si allenano duramente da settembre. Ma è solo oggi, sabato 14 marzo 2015, che giocano per la prima volta nel loro campo di Saliceta. Sono in 40, e di questi solo 3 avevano già giocato a football.

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Durante il riscaldamento parliamo con alcuni dei ragazzi. Riccardo, votato come giocatore migliore nella partita precedente, in passato giocava a pallavolo, ma ora trova molto più divertente il football americano. Mi mostra tutte le protezioni che indossa, scopro che le chiamano casco e armatura, come i cavalieri medievali. Scopro che la conchiglia, cioè la protezione per i genitali, non la porta nessuno, anzi è sconsigliata. Scopro anche che il football è uno sport più di impatto che di contatto. Ovvero che sono frequenti le collisioni. Ovvero, come spiega il dizionario, “urti e incontri più o meno violenti di un corpo con una superficie”. Nel nostro caso la superficie è rappresentata da un altro corpo umano con armature e occhi che ti fissano sotto il casco di protezione (ma niente conchiglia).

Tendenzialmente siamo portati a evitare in ogni modo possibile di impattare contro qualcosa o qualcuno. In questo tipo di giochi invece è quasi certo che capiterà. Ecco perché sul casco non ha risparmiato nessuno: può costare anche 400 euro. “Ma dopotutto ci devi mettere dentro la testa” mi spiegano. In effetti, memori del nostro viaggio nel mondo della traumatologia sportiva, concordiamo che su certe cose sia meglio non risparmiare.

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Parliamo anche con il quarterback dei Vipers, cioè il lanciatore, uno dei ruoli più importanti all’interno della squadra. E’ il capo dell’attacco, cioè quello che chiama gli schemi. In pratica l’allenatore da bordo campo gli dice i numeri relativi agli schemi imparati (circa 80) e il quarterback deve applicarli. E qua già iniziamo ad addentrarci nell’insidioso terreno delle regole del football.

Ammettiamolo: non sappiamo assolutamente come si gioca, ed esclusi i giocatori in campo, gli allenatori e i dirigenti ex giocatori, sono poche le persone negli spalti a capirne le regole.

In Italia impari come funziona il fuorigioco nel calcio a 6 o 7 anni, ma capire il football… a world apart, direbbero gli americani. Per ora, per farla breve, diciamo che per certi versi assomiglia al rugby, con alcune fondamentali differenze: la palla si può lanciare anche in avanti e non solo verso l’indietro, il numero di giocatori è diverso, si indossano caschi e protezioni. Maggiori dettagli li vedremo più avanti.

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Dopo il riscaldamento i Vipers entrano in campo. Sono in fila in coppie di due con il quarterback che incita la squadra gridando “cuore e polmoni, ragazzi!”. Qualcuno si dà colpi sul casco, altri insistono sull’importanza della concentrazione con l’aggiunta di qualche parolaccia motivazionale. Poi fanno la loro entrata: corrono sul campo con la bandiera gialla dei Vipers davanti, come dei guerrieri sul campo di battaglia. Niente musica come negli stadi americani, dopotutto siamo pur sempre a Saliceta San Giuliano. Lo spirito però c’è eccome.

Verrebbe da seguirli e unirsi a loro, ma l’assenza della conchiglia continua a preoccuparmi. In più penso di non avere il fisico adatto, né la necessaria convinzione, anche se scopro che questo è in parte un falso mito. Così mi spiegano: “E’ uno degli sport più democratici in assoluto, perché tutti possono giocare. A seconda del fisico hai il ruolo più adatto a te. Non sei grosso? Magari sei veloce. Ci sono molti ruoli specialistici quindi tutti hanno il loro compito all’interno della squadra”.

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Quello che si nota subito guardando la partita è che si tratta di uno sport molto tattico. Spettacolare, sì, ma per pochi istanti.

Apparentemente si svolge così: azioni velocissime e molto brevi. Da lontano non si capisce bene cosa succede. Poi tutti si fermano, come se la scena non fosse venuta bene e il ciak fosse da rifare. E va avanti così per tutta la partita. Ecco perché durano tanto e gli americani l’hanno riempita di attività collaterali: musica, cheerleader, mangiare e bere. In teoria sono 4 quarti da 15 minuti, ma di tempo effettivo giocato. Se aggiungete le continue soste una partita può durare anche più di due ore. Anche a Saliceta ci sono le cheerleader: le sei coraggiose dei Knights, che nonostante il freddo pungente ballano e incitano la squadra per tutta la partita, ma anche quelle chiamate a sostenere i Vipers, le “Quakes Cheer Team La Patria” di Carpi.

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Non capendo del tutto come si svolge il gioco si perde parte dell’emozione e della spettacolarità. Per quanto il paragone può sembrare assurdo, è come guardare una partita di scacchi un po’ più violenta senza però sapere né le regole né cosa rappresentano i singoli pezzi. Vi ritrovereste a tentare di intuire cosa sta succedendo, senza riuscirci. Ecco perché, anche grazie al fatto che la partita è così spezzettata, c’è uno speaker che tenta di spiegare le regole e ogni azione di gioco. La visione della partita dunque non è passiva, ma è un continuo chiedere al vicino di spalti se ha capito cos’è successo, e se è un bene o un male per i Vipers. Cos’è successo? Stiamo vincendo? Sta andando bene?

Elenco brevemente alcune delle cose che ho capito guardando la partita e chiedendo spiegazioni a tutti quelli che avevo intorno: ogni squadra è formata da due squadre, una di attacco e una di difesa. Quella di attacco deve portare avanti la palla fino alla meta. Si procede per yard, unità di misura usata solo negli Usa e dagli inglesi, che corrisponde a quasi un metro (per la precisione a 0,9144 metri).

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Ci sono 4 tentativi a disposizione per superare 10 yard. Se non ci riesci la palla va agli avversari, se ci riesci continui ad avanzare. Si chiama touchdown quando il giocatore entra nell’area di meta ricevendo un passaggio al volo o arrivando di corsa con la palla. Che, tra parentesi, è molto leggera. La squadra di difesa invece ha il compito di fermare l’azione di attacco della squadra avversaria. L’avanzamento avviene tramite gli schemi studiati in precedenza.

Questo credo sia il 10%, e forse non del tutto corretto, delle regole del football americano, o almeno quello che ho capito io. Ora pensate ai vostri amici che si ostinano a non capire la regola del fuorigioco nel calcio e provate pietà per loro.

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Particolare tecnici a parte, un aspetto fondamentale ce l’ha la filosofia di fondo, U.S.A. al 100%, un mix perfetto di individualismo e spirito di squadra.

Non a caso il giovane quarterback, quando sfioriamo vagamente l’argomento comando, risponde immediatamente che qui non c’è un capitano, ma 40 capitani. Ognuno ha il proprio ruolo, ma è il gruppo che conta. Ripenso alle mie poche conoscenze di football americano, ovvero il film “Ogni maledetta domenica”, quando Al Pacino spiega che si combatte centimetro per centimetro, ma soprattutto quando negli spogliatoi, per incitare i suoi giocatori, dice: “Questa è una squadra, signori. E quindi o noi risorgiamo ora come squadra, o moriremo individualmente” .

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Nella versione italiana del film, per evitare di ripetere la parola “team” (squadra) più volte, fanno dire ad Al Pacino – doppiato magistralmente da Giancarlo Giannini – “collettivo”, trasformando il discorso motivazionale negli spogliatoi in una surreale riunione da centro sociale. Ma a parte questi dettagli, la potenza del famoso discorso di “Ogni maledetta domenica” è indubbia, tanto che è diventato uno di quei video che vengono usati nei corsi aziendali per motivare i dipendenti. Tu sei uno e tutto dipende da te, ma tu sei anche parte della squadra.

Nel film, dopo questo discorso, la squadra ovviamente vince. A Saliceta San Giuliano il risultato va com’era previsto: i Vipers perdono il derby, il tabellone – non c’è, ma immaginiamolo – segna 33-7, ma è un risultato migliore di quello che può sembrare. La squadra, soprattutto nella prima parte della partita, ha giocato bene, e fino a un minuto dalla fine della partita era a 21-7, con la possibilità di segnare. Poi è andata com’è andata. Hanno perso. Ma avete presente quando i giocatori a fine partita dicono che quel che conta è aver giocato bene? Beh, è vero.

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Idem per me. Il mio obiettivo era capire le regole del football e fare un video della partita. Delle regole qualcosa l’ho capita. Il video invece non l’ho fatto: tornato a casa ho scoperto di non aver registrato nemmeno un secondo di audio. Durissima lezione. Controllare sempre tutte le impostazioni della videocamera, dieci, cento, mille volte. Diciamo che ho perso come individuo. E non posso manco dire di aver giocato bene. Alla prossima partita.

M.P.

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L’infinito pedalare

di Anna Ferri

La bicicletta a scatto fisso si chiama così perché, avendo un solo rapporto, il pignone – che è la ruota dentata che aggancia la catena – fa un giro continuo. Questo significa, in poche parole, che non c’è nessun meccanismo di ruota libera e quindi la pedalata è solidale con il movimento della ruota posteriore. Si pedala sempre: in curva, salita e discesa. Non ci si ferma mai.

“Sei un pezzo unico con la trazione”, spiegano Matteo Zazzara e Walter Carrubba, che quest’anno con la loro squadra corse Iride Demode – formata da sei ciclisti guidati dal capitano Samuele Cai – hanno vinto la Red Hook Criterium Championship Series, la corsa ciclistica più grande d’America che è sbarcata in Europa conquistandola. Una gara di velocità in tre tappe, Brooklyn, Barcellona e Milano dove la caratteristica è facilmente intuibile dal nome: hook significa uncino e quindi nel percorso deve esserci almeno una curva a uncino. La prima cosa che ci si chiede è come si fa a frenare. Prima o poi ci si dovrà fermare, chiediamo.

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Matteo Zazzara (a sinistra nella foto) e Walter Carrubba

La spiegazione lascia un po’ perplessi ma i due ragazzi giurano che funziona: ci si deve buttare in avanti con il corpo dando un colpo netto con tutta la forza possibile e in questo modo si blocca la catena, di conseguenza la ruota, che però non si ferma subito ma inizia a strisciare. “E’ più facile quando vai veloce perché abbatti gli attriti”, ci raccontano, ma la verità, ammette Walter, è che per frenare “bisogna scollegare il cervello” e fare qualcosa che, se ci dovessi riflettere, non faresti mai. Come alzare il sedere dal seggiolino e rischiare di ritrovarti a terra.

La gara di bici a scatto fisso è molto più simile a quelle di moto che a una tradizionale corsa di biciclette. Si parte nel pomeriggio con i giri liberi di prova del percorso, che è lungo un miglio. Poi ci sono le batterie di qualifica e da quelle si forma la griglia di partenza in base ai tempi. I primi tre vengono premiati e i primi 24 guadagnano dei punti. Alla fine delle tre gare si sommano i punti e si forma la classifica dei ciclisti e della squadra. Un’altra cosa che la rende simile a una gara di motociclismo è che quando qualcuno cade puoi solo saltarlo o passarci sopra. Perché, anche se lo volessi, sarebbe impossibile fermarsi visto che non hai i freni. A meno che uno non se ne renda conto molto prima e allora si può tentare di rallentare e aggirare.

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“L’evoluzione di questo sport ha portato a un livello tale di bravura e velocità che se sei nei primi venti sei più sicuro”, spiega Matteo. Il rischio quindi è quando sei tra gli ultimi, che sono quelli con meno esperienza. Arrivati al traguardo per fermarsi bisogna fare almeno cento metri, se non un intero giro di rallentamento. Lo stesso concetto è applicato alla vita di tutti i giorni dove però sarebbe obbligatorio per legge avere almeno un freno e quindi si rischia una multa o un concorso di colpa in caso di incidente. Sui forum dei fissati ci tengono a precisare che anche se non hai il campanello o le luci i vigili possono sanzionarti. Anche se la velocità è ovviamente inferiore, quando si gira per strada, gli ostacoli possono solo essere evitati. Proprio come nei film dove i bike messangers, i famosissimi pony express su due ruote, sfrecciano nel traffico delle metropoli schivando macchine e persone come se stessero danzando. “Paura non ne ho mai avuta perché quando sei tra le auto hai una botta di adrenalina – spiega Walter – più che altro all’inizio mi incazzavo perché non riuscivo a frenare e quindi cadevo”.

Matteo ha fondato con altri amici Iride Modena nel 2009, in un capannone del villaggio artigiano, dove hanno iniziato a costruire le bici a scatto fisso che anni dopo – oggi – sono diventate una moda. L’ispirazione arriva dall’altra parte dell’Oceano, dove già si usavano le bici da corsa per andare al lavoro, vestiti normali. Una cosa che ha affascinato moltissimo Walter, che ha quindi deciso di esportarla puntando molto sulla ricerca estetica. Basta entrare nel loro negozio di viale Tassoni a Modena per capire che l’aria che si respira non è certo quella della piccola città di provincia: sulle bici a scatto fisso hanno costruito una filosofia di vita all’insegna di “car is over” con magliette, cappellini e gadget vari che sono diventati subito un must have. Matteo e Walter hanno la stessa camicia di jeans e sotto la stessa tshirt con la faccia di Matteo, che è anche l’uomo simbolo del marchio Iride. Lo facciamo notare a Walter che sottovoce ci dice: “Gli ho mandato un messaggio per chiedergli come si vestiva e non mi ha risposto. Questo è il risultato”. Poi afferra una maglietta da una gruccia e si va a cambiare.

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Matteo nel 2010 andò a New York per partecipare a un criterium – una gara di velocità per bici a scatto fisso – e quando tornò, entusiasta, ne parlò con il suo socio che decise di organizzarne una. Il primato italiano l’hanno perso per pochissimi mesi, ma quello europeo è loro. Si chiamava “The wild side of the moon” e si svolgeva per cinque giovedì, di notte, in una zona industriale di Modena i cui accessi venivano controllati da alcuni amici per evitare il passaggio delle auto. Alla prima erano in dieci, alla seconda in sessanta. Arrivava gente da tutto il nord Italia: “Le persone erano scontente del ciclismo, dopo gli scandali del doping. Guardando noi ritrovavano l’entusiasmo dell’inizio e ci seguivano. La gente stava per strada a guardare. Anche i vigili urbani”.

Grazie al web le informazioni viaggiano veloce e nel giro di poco tempo Iride è diventata una delle realtà più conosciute. “E’ quello che è successo con lo skater negli anni Sessanta – racconta Walter – solo che questa volta noi non solo c’eravamo quando nasceva, ma abbiamo anche contribuito a farlo crescere”. A guardarle, le bici a scatto fisso, sembrano fatte di nulla. Niente di più sbagliato. Dietro la loro essenziale eleganza c’è una ricerca meccanica e una precisione chirurgica nell’assemblaggio. Per esempio, il movimento centrale (la scatola interna con la guarnitura a cui si attaccano i pedali) e i pedali sono più alti rispetto al normale, perché così quando pedalando in curva ti devi piegare non tocchi l’asfalto.

“Ha geometrie diverse rispetto alle bici da corsa – spiegano Matteo e Walter – e abbiamo dovuto imparare a farle, guardando video e provando sulla nostra pelle”. Oggi le bici le disegnano loro e per i telai hanno un marchio, Iride Betulla. Walter e Matteo non corrono più e hanno fondato un’associazione sportiva e gestiscono la squadra corse e il negozio e laboratorio Iride Modena. L’associazione si chiama Meo Venturelli, in ricordo di un ciclista modenese che “era veloce ma anche un perdente”. Falling and rising, come il loro motto. Perché quando cadi puoi solo rialzarti e tornare in sella.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: mqnr via photopin cc

Extra – La dura vita del Pole man

Chi mai direbbe che qualcosa che si chiama “Pole dance”, lontana cugina della “Lap”, possa essere uno sport da uomini? Eppure la variante maschile della Pole, disciplina che abbiamo raccontato nel reportage “Il ballo del nuovo femminismo“, è ancora più impegnativa dal punto di vista atletico di quanto già lo sia – e lo è parecchio – per le donne. E i maschi che la praticano assomigliano decisamente più a Yuri Chechi che a Dita Von Teese. Eppure, per quanto faticosa come attività, si può praticarla a qualsiasi età con sicuri benefici per il fisico e per la sua salute. Almeno così assicurano Valerio Mei e Michelangelo Gatto, due degli allievi della scuola modenese di Pole.  Per testare la veridicità di una simile affermazione, abbiamo fatto provare a uno dei giornalisti di Converso, non proprio di primissimo pelo, l’esperienza della “danza intorno al palo”. Con risultati solo parzialmente apprezzabili.

La macchina fragile

Disarmonicità cinetiche, tuberosità ischiatica, trasferimento energetico capacitivo resistivo e sovraccarico improvviso dell’unità cinetica muscolare. Benvenuti nel mondo misterioso e inquietante della traumatologia sportiva. Perché il corpo umano è una struttura forte e allo stesso tempo fragile e succede che a volte si rompe. VIDEO

di Martino Pinna Leggi tutto “La macchina fragile”