L’uomo in rivolta

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi. Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha raccolto migliaia di adesioni.

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi.  Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha già raccolto migliaia di adesioni. E presto vuole scendere in piazza. Per gridare tutta la propria rabbia e riuscire finalmente “a farsi vedere”.

Il 31 dicembre, esasperato, ha postato un messaggio sul profilo personale e da lì, lasciato che qualcuno lo raccogliesse nel mare magnum di Facebook. Un breve testo accompagnato da un hashtag, #iononmiammazzo, in cui lui, commerciante di Breno, nel bresciano, rilancia la protesta contro una pressione fiscale alle stelle, a livelli della Svezia – loro il 44,7%, noi il 44,1 – che, unita alla crisi economica e a un livello record di disoccupazione (il 13,4 %, il 43,9 per gli under 25), sta riducendo alla fame decine di migliaia di italiani.

“Mi chiamo Beretta Massimo, lavoratore e prima ancora marito di una donna splendida, dichiaro apertamente di non riuscire più a pagare, con i miei incassi, tutte quelle tasse che lo Stato mi chiede. Mi appello ai principi dello stato di necessità e della capacità contributiva proporzionale al proprio reddito, stabiliti rispettivamente dagli Art. 54 del Codice Penale e il 53 della Costituzione per legittimare il mio rifiuto categorico di continuare a contribuire, attraverso le tasse, alle spese per il mantenimento dei privilegi della classe politica che ci governa, vera protagonista di questa crisi economica.

Poi l’accusa più pesante: con questo sistema iniquo, lo Stato induce al suicidio quei cittadini che non ce la fanno più a sopravvivere, magari senza o con poco lavoro, schiacciati da una tassazione tra le più alte al mondo e dalle spese insostenibili. Che siano pochi o tanti non importa. Anche uno solo è sempre troppo. Perciò, dichiara Beretta, ribellarsi è giusto, sacrosanto. Di certo meglio che ammazzarsi. “Se ho pensato anch’io a togliermi la vita? Sì, certo. Sono in grave difficoltà, come ho scritto nel mio messaggio. Certe volte la notte è molto lunga da passare, la mente va via libera e si pensano tante cose”. Ma sulla disperazione ha prevalso la voglia di lottare. “Ho 36 anni – dice – e non è giusto io mi ritrovi a fare di questi pensieri. Voglio provare a cambiare le cose”.

Il successo della protesta di Beretta è stato tale che, ad oggi, il suo primo post ha ricevuto oltre 30 mila condivisioni su Facebook. Persone che lo hanno convinto ad aprire cinque giorni fa una pagina Facebook dedicata, che nel momento in cui scriviamo ha raggiunto quasi 8 mila “Mi piace”.

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“Non me lo aspettavo – racconta – ma dopo quel post mi sono arrivati centinaia di messaggi. E quasi mi vergogno oggi della mia situazione che, rispetto a tante altre persone che mi scrivono, è meno disperata di quello che mi appariva. In fondo io sono in rosso per 45/50 mila euro. Sono nella media. C’è chi è messo molto peggio di me. La mia storia è semplice: cinque anni fa mi sono messo in proprio e ho aperto una mia attività, un pet shop, un negozio di prodotti per animali, all’interno di un centro commerciale. Ci lavoriamo io e mia moglie e un paio di ragazze dipendenti part-time, di cui una a chiamata, per 362 giorni l’anno, dalle 9 e 30 alle 19 e 30, esclusi Pasqua, Natale e il primo dell’anno. Le cose non andrebbero poi così male, clienti vecchi e nuovi ne ho, ma con i miei incassi non riesco più a mandare avanti il mio negozio con i continui aumenti di tasse e bollette. Leggo poi che l’Iva potrebbe essere progressivamente portata al 25,5%. Se così fosse, un prodotto dal valore di 100 euro dovremmo farlo pagare al cliente 125. Ma siamo impazziti? Col crollo dei consumi che c’è! Così si blocca tutto”.

E conclude secco: “Io non ce la faccio a sostenere i costi che lo Stato mi impone. Pagare l’Iva è più importante della mia vita e di quella di mia moglie? Oppure: perché dovrei licenziare le mie due dipendenti? Io prima pago loro poi, se riesco, le tasse e l’Iva. Solo dopo”.

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Ci tiene a precisare che non è uno di quelli per cui il fisco è il demonio. “Mai stato un evasore – assicura – sono una persona onesta e le tasse, se sono eque, le pago e le voglio pagare. Avendone in cambio dei servizi pubblici adeguati. Che in Italia però non abbiamo affatto. E’ semplice da capire, no?”.

Sì, semplice. Come “una persona semplice” si definisce Massimo Beretta. Che ha capito che per dar voce a una protesta bisognosa di una miccia per esplodere doveva metterci la faccia. Trasformarsi egli stesso in un marchio e usare il social network più diffuso al mondo come volano. Il volto dello scontento sottotitolato da un hashtag: #iononmiammazzo. Piuttosto, giustamente, m’incazzo. E dopo di lui sono in tanti che stanno mandando alla pagina Facebook la propria faccia accompagnata dallo stesso cartello. A testimonianza di una rabbia crescente che, se non placata, rischia facilmente di indirizzarsi verso obiettivi davvero poco centrati.

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Immagine di copertina dell’edizione tascabile Gallimard de “L’Homme Révolté” di Albert Camus

 

Lo spunto per esprimere il suo profondo malcontento, Beretta l’ha trovato in una foto. Una persona che teneva in mano il cartello “Io non mi ammazzo”. “Da lì ho macchinato per venti giorni – prosegue – e poi l’ho fatto anch’io. Ho subito pensato che il miglior canale per diffondere il mio messaggio dovesse essere per forza Facebook. Io ho la terza Ipsia, elettricista. Non ho contatti coi media, non conosco gente famosa. L’unica cosa che è alla portata di tutti, o almeno di tutte le persone con la mia istruzione e le mie capacità, è Internet. Oltre che usarlo per le solite stupidate, gattini e cagnolini, che pure io amo moltissimo, ho provato a usarlo in maniera diversa. E sta funzionando. Può sembrare un paradosso, ma da un lato mi dispiace tantissimo che la pagina di #iononmiammazzo abbia tanto successo. Avrei preferito che i Mi piace fossero venti o trenta, perché io credo ancora in questo Paese, lo amo. Ma questo successo è la dimostrazione che, purtroppo, la situazione è veramente catastrofica”.

La colpa di tutto questo? Nel suo post Beretta lo imputa alla politica, ma chiacchierando la sua posizione è più articolata, meno disposta a individuare facili bersagli: “Penso che al 90 per cento la responsabilità sia nostra, di tutti noi: non abbiamo mai voluto cambiare veramente le cose. Dar la colpa al politico è piuttosto facile, me ne rendo conto. Ma l’Italia è nostra e se non riusciamo a tirarla fuori da questo caos, ne siamo i primi e diretti responsabili”.

La battaglia di Beretta è, come si dice, post ideologica. Afferma sì, di aver avuto in passato simpatie per una parte politica, non difficili da intuire dalla sua bacheca, di recente di aver sperato in Grillo, poi in Renzi, ma adesso si dichiara deluso di entrambi. Nessuno che rappresenti lui e quelli simili, in tutto o in parte, a lui, la “maggioranza invisibile” racconta dal sociologo Emanuele Ferragina, che non comprende solo precari, disoccupati o migranti, ma anche la parte più fragile di una classe media in costante impoverimento.

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E, senza aver mai letto o sentito parlare di quel saggio, sono esattamente le parole con cui Beretta spiega gli obiettivi del movimento che, partito come una scommessa, ora sta cominciando a prendere forma: “Dobbiamo riuscire a farci vedere ad ogni costo – sottolinea – e sono sicuro che questa protesta funzionerà perché non possiamo andare avanti così. Leggete sulla bacheca della pagina che ho aperto, ci sono messaggi di persone veramente disperate. Dobbiamo fare qualcosa”.

Iniziando con l’andare oltre Internet: “Vogliamo organizzare una protesta pacifica, una manifestazione a cui partecipino almeno diecimila persone, che ci dia visibilità. La mia preoccupazione è organizzare qualcosa di positivo: niente forconi, niente manganelli, niente violenza di alcun tipo. Temo atti di vandalismo perché le persone sono davvero esasperate. Certo, se fossi al posto di qualcun altro, spererei nella confusione. I media sono bravissimi a distrarre l’attenzione quando si crea il caos in questo tipo di eventi. Ma se, quando la manifestazione ci sarà, si spacca una vetrina, si ribalta un cassonetto, noi abbiamo già perso. Si parlerebbe solo di questo e non dei contenuti della nostra protesta. Della nostra rabbia.

La deriva violenta è un rischio che questo Paese sta correndo. La gente è veramente arrabbiata. E quando è così, è pericolosa. Lo capisco. Qui si sta giocando col fuoco. Il popolo è come un cane: lo bastoni tre, quattro, cinque volte, ma prima o poi si rivolta. La situazione è pericolosissima, bisogna far capire quello che pensiamo, come siamo messi. Dobbiamo renderci visibili. Penso che in questa forma, la nostra protesta possa canalizzare tutta questa rabbia e trovare uno sbocco positivo. Essere finalmente ascoltati. Io ci credo fermamente. Devo crederci per forza”.

Davide Lombardi

In copertina: “Sunday” di Edward Hopper (1926)

Non hai più un euro? Hai vinto

Negli ultimi 30 giorni entrate 0.00 euro, uscite 660.73 euro, saldo disponibile in conto corrente: 1.11 euro.

Sono i movimenti più il saldo di uno dei conti correnti bancari postati sul gruppo Facebook “Finire i soldi” che offre un piccolo spaccato, con una risata a bocca storta, della crisi che milioni di italiani – quelli che abbiamo chiamato la massa degli “invisibili” – stanno vivendo. Quelli che non arrivano alla terza settimana del mese, o magari neanche alla seconda, e che insomma si arrabbatano in attesa di tempi migliori perché, come recita il motto scelto dal gruppo: “non può piovere per sempre”. Nell’attesa, cercano di vivere la povertà con un minimo di leggerezza, ad esempio partecipando al concorso del conto corrente più rosso che c’è. Si posta il saldo del proprio conto, and the winner is…

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Si ride. Anche per dimenticare il vero paradosso: quando il conto corrente piange, tutto diventa più caro. Perché si pagano in ritardo bolli, tasse e bollette varie e allora arrivano le sanzioni. Dall’INPS, dalle Regioni, dallo Stato, dalle municipalizzate che minacciano di staccare le utenze. Tutti a chiedere, tutti a lucrare sulla sfiga, tutti a pretendere di ricevere il dovuto – magari in anticipo come chiede lo Stato che pretende un acconto sui redditi presunti dell’anno in corso – ma poi, quando c’è da restituire, una bolletta a credito ad esempio, c’è da aspettar mesi. Con comodo, perché tanto quando le serve la burocrazia ci vede benissimo e la sfiga la annusa da lontano, e sa benissimo che, anche in un regime “democratico” come il nostro, la libertà e la possibilità di far valere le proprie ragioni sono direttamente proporzionali al peso del proprio conto corrente.

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Gli iscritti al gruppo, nato ufficialmente da più di un anno ma attivo solo da un mese, sono quasi quattromila. E quando si iscrive un nuovo membro, riceve un messaggio di benvenuto personalizzato. Ma solo se si certifica di essere capitati sulla pagina non solamente per curiosità, ma da titolari di tutti i demeriti necessari. Insomma, di essere degli spiantati col conto perennemente in rosso.

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Da non perdere anche l’inno del gruppo, cantato addirittura da uno dei più grandi interpreti della canzone italiana.

Un regalo agli italiani. Gran colpo di marketing dell’Agenzia delle Entrate

Dagli italiani viene considerata una specie di vampiro che prende, prende, prende. Comprensibilmente, per altro, visto che la pressione fiscale in Italia è la più alta tra tutti i Paesi cosiddetti sviluppati: il 54% del PIL. Un salasso vero e proprio a fronte di una restituzione in servizi non propriamente all’altezza, a voler esser generosi. Ecco perché, se quella parte di Stato che si occupa di “perseguire il massimo livello di adempimento degli obblighi fiscali da parte dei contribuenti”, per una volta invece di prendere, dà – regala addirittura! – ci sarebbe da gridare al miracolo. Che prima di esser certificato però, come insegna Santa Madre Chiesa, richiede qualche accertamento. Per scoprire magari che per aspirare alla santità l’Agenzia delle Entrate ha ancora parecchi chilometri da percorrere sulla via di Damasco.

Il regalone che l’Agenzia si appresta a fare agli italiani, è uno stock di computer. Alle Entrate naturalmente non li chiamano così. In gergo si dice “apparecchiature informatiche” che – spiega il comunicato che promuove l’iniziativa – verranno cedute a titolo gratuito a tutti gli “istituti scolastici statali e paritari, le pubbliche amministrazioni, gli enti e organismi non-profit (anche privati)” che ne faranno apposita richiesta e, nel caso, inseriti in apposita graduatoria.

Di che apparecchiature informatiche si tratta? Di materiali, “non più utilizzabili per l’attività dell’Agenzia ma che – si precisa – potrebbero risultare ancora idonei per altri enti”. Insomma, roba usata e vecchia, non si sa quanto, per la quale “non si garantisce l’assenza di difetti di funzionamento“, che potrebbe essere “priva di sistema operativo installato” (non è infatti possibile assicurare che siano ancora disponibili le licenze Windows fornite dal costruttore, sebbene esse siano generalmente presenti), che per essere ritirata obbligherà gli enti beneficiari a recarsi direttamente alla sede dell’Agenzia dove le apparecchiature informatiche sono conservate con tanto di scotch e cartone da imballaggio al seguito (il pacco è tuo e te lo prepari da solo).

Per capire come poter venire un giorno in possesso di simili gioielli informatici, basta leggersi con attenzione la procedura contenuta in questo documento di cinque pagine. Considerata la provenienza, praticamente un tweet.

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Disclaimer: l’apparecchiatura informatica che vedete in questa immagine, non va confusa col genere di quelle regalate agli italiani dall’Agenzia delle Entrate.