Arcipelago Strel’cov. La triste epopea del George Best sovietico

Leggenda del calcio russo di tutti i tempi, per il suo anticonformismo Eduard Strel’cov rappresentò un pericolo per il regime sovietico. Condannato per un presunto stupro nel 1958, finì per cinque anni in un gulag. Questa è la sua storia.

Nelle intenzioni del partito, l’homo sovieticus è un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Negli anni ’60, i modelli da seguire sono i giovani studenti che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quelli negativi invece si sintetizzano in una sola parola, stiljaga: il giovane “decadente” che ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Come Eduard Strel’cov.

A volte certe storie sembrano scriversi da sole. Nessuna limatura, è già tutto pronto. La vicenda che segue ha di perfetto persino il nome del protagonista. Strel’cov. La radice è la parola russa strelà, la freccia. Roba che un mestierante della metafora ci si sfregherebbe le mani per settimane. Tanto per rendere l’idea Boris Pasternak per uno dei personaggi più controversi del sul suo Dottor Živago, il sognatore sanguinario marito di Lara, scelse un nome molto simile, Strel’nikov. Stessa radice. La freccia.
Se a questo aggiungiamo lo sfondo, l’URSS del disgelo chruščeviano e della guerra fredda, la faccia del protagonista, un aitante ventenne con tanto di ciuffo biondo da divo del cinema, il gulag e l’immancabile sequela di teorie cospirazioniste, il gioco è fatto.

Un giovanissimo Eduard Strel'cov
Un giovanissimo Eduard Strel’cov

Peccato che per colpa di questo gioco il calcio mondiale forse, di sicuro quello russo, abbia buttato alle ortiche la possibilità di celebrare le gesta di uno dei suoi talenti più cristallini.
Eduard Anatol’evič Strel’cov (pronunciato Streltsòv), per i tifosi e compagni di squadra semplicemente Édik, nasce nel 1937 a Perovo, sobborgo orientale della capitale e da subito deve affrontare l’abbandono da parte del padre che, ufficiale dell’armata rossa, alla fine della “grande guerra patriottica” – come la chiamano da quelle parti – decide di lasciare moglie e figlio stabilendosi in Ucraina. Evento che inevitabilmente unisce in un rapporto simbiotico la futura stella con la mamma Sofia, la quale per tutta la sua vita rimarrà il suo più importante punto di riferimento. Pochi soldi, pochi libri di scuola, la passione per le maglie rosse dello Spartak e un immenso talento che a 16 anni lo fa approdare nelle fila della squadra della fabbrica di automobili ZIS, la Torpedo di Mosca, una sorta di cenerentola nel panorama calcistico della capitale dominato all’epoca dalla trojka formata da Dinamo (da sempre vicina agli ambienti del KGB), il CSKA (la squadra dell’esercito) e l’unica vera squadra nata dal basso, dal popolo, il già citato Spartak.

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Un’ascesa fulminante: prima di spegnere le diciassette candeline diventa il più giovane marcatore della storia del campionato sovietico, nel 1955 si aggiudica il titolo di capocannoniere (15 goal in 22 partite) e nel giugno di quello stesso anno bagna il suo esordio con la scritta CCCP sul petto con una tripletta contro la Svezia in quel Råsundastadion di Solna che nel novembre 2012 ha chiuso per sempre i battenti con la sfida di Europa League tra l’AIK e il Napoli, che col suo centravanti di allora Edinson Cavani, oggi al Paris Saint Germain, al 94′ ha segnato su rigore l’ultimo goal della storia dello stadio.

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Il 1955 si rivela un anno chiave non solo per la storia del cannoniere della Torpedo. Proprio in quell’anno altri giovani, in altre latitudini celebrano il successo di Rock Around The Clock di Bill Haley, il primo vagito della musica rock così come la conosciamo noi, e di un ventiquattrenne dell’Indiana, tale James Dean, la cui espressione tra l’ingenuo e il maledetto sarà l’icona di quella “gioventù bruciata” o – attenendosi al titolo originale del film – di quei “ribelli senza causa” che al posto della guerra in carne e piombo combattuta dai propri padri si ritrovano per primi ad affrontare il conflitto contro quei fantasmi di ovatta che rendono irrespirabile l’aria al tempo dell’economia del nuovo ordine mondiale.

Nemmeno i pari età della lontana terra dei soviet si dimostrano immuni al fascino maledetto dell’accoppiata ciuffo-broncio e così accade che quello di Eduard Strel’cov diventa nel giro di un paio d’anni oggetto di venerazione tra gli appassionati di calcio e non solo. Complice la valanga di goal che il ragazzo continua a segnare (37 nei campionati ’56 e ’57 e 16 con la maglia della nazionale nello stesso biennio), il suo caratteristico passaggio di tacco che in breve tempo divenne appunto il “passaggio alla Strel’cov”, l’eco internazionale che le sue gesta cominciano a suscitare (nel ’57 si piazza settimo nella classifica del pallone d’oro) e soprattutto grazie all’oro olimpico che la selezione sovietica conquista ai giochi di Melbourne del ’56.

Al minuto 0:46 del video, un esempio del “passaggio alla Strel’cov”

Strana avventura quella di Edik alle olimpiadi. A diciannove anni rifila un goal alla selezione della Germania unita e soprattutto decide ai supplementari con uno splendido goal ed un assist la semifinale con la Bulgaria. Ma nonostante la vittoria finale contro i “traditori” jugoslavi a casa Strel’cov non giungerà alcuna medaglia d’oro. Quella era riservata solo ai giocatori che disputavano la finale, match che a causa dell’infortunio di Ivanov, compagno di attacco nella Torpedo, Edik guarderà dalla panchina vista la scelta del selezionatore Kačalin di ovviare all’infortunio di una delle sue punte schierando un attacco tutto dello Spartak. Quando sul treno del ritorno trionfale in patria il suo sostituto Simonjan gli offrirà la propria medaglia Edik la rifiuta perché – dirà al compagno – lui ha “solo 19 anni e tanti trofei da vincere”. Forse Edik aveva in mente una data precisa mentre pronunciava quella frase: giugno del 1958. I mondiali in Svezia.

Manifesto di propaganda sovietico
Manifesto di propaganda sovietico

Dici mondiali del ’58 e la prima immagine che ti viene in mente è sempre la stessa. Quella di un Pelè diciassettenne che comincia ad incantare il mondo per poi scoppiare in un pianto liberatorio dopo il fischio finale. 5 a 2. I padroni di casa umiliati e Brasile campione per la prima volta nella sua storia.
In realtà quell’edizione della Coppa Rimet porta con sé anche due dolori, due laceranti mutilazioni. La prima riguarda la nazionale inglese che pochi mesi prima dell’inizio della competizione perde in un incidente aereo all’aeroporto di Monaco di Baviera i ragazzi del Manchester United, due dei quali, Duncan Edwards e Tommy Taylor, occuparono l’anno precendente rispettivamente la terza e l’ottava posizione nella classifica del pallone d’oro che, come già ricordato, vide Strel’cov piazzarsi al settimo.
La seconda perdita riguarda proprio Edik, l’attesa stella del nuovo calcio sovietico, che ai quei mondiali non ci andò. Così come a quelli a venire.

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Strel’cov fu arrestato il 26 maggio, due settimane prima del calcio d’inizio del mondiale, insieme ai compagni di nazionale Tatušin e Ogon’kov, entrambi rilasciati il giorno successivo. L’accusa è delle più terribili e infamanti: stupro. La sera prima i tre calciatori, insieme ad un tale Karachanov, ufficiale di aeronautica amico di infanzia di Tatušin – e figura quantomeno fumosa in tutta questa vicenda – hanno passato quella che aveva tutte le sembianze di un festa in dacia a base di alcol e sesso in compagnia di quattro ragazze. Una di queste, Marina Lebedeva, legherà per sempre con la sua denuncia per violenza sessuale il proprio nome a quello del campione della Torpedo. Strel’cov (c’era forse da dubitarne?) firma una confessione “spontanea” dopo la promessa da parte delle autorità di lasciarlo partire comunque per il mondiale. Una debolezza che, ovvio, fa calare il buio su tutta la faccenda. Per la stampa ufficiale il mostro ha confessato. Una condanna a dodici anni di detenzione, il gulag, l’oblio.

Strel’cov è davvero colpevole? E se fosse stata tutta una macchinazione, perché è stata messa in piedi? E soprattutto da chi?
Domande che ancora oggi non hanno una risposta definitiva ma attorno a cui ruota una pletora sterminata di materiale, e non solo in lingua russa. Articoli, documentari, speciali in tv, libri (al lettore italiano si consiglia il volume di Marco Iaria “Donne, vodka e gulag” del 2010) dai quali se non una verità univoca – la pravda, come la chiamano i russi – esce fuori comunque un quadro abbastanza definito. Attraverso una trama oscura, liquida e confusa come nella migliore tradizione delle storie giudiziarie di epoca sovietica la figura di Edik assume i contorni della vittima sacrificale la cui unica colpa è stata probabilmente quella di essere un anticonformista. E soprattutto di esserlo nel tempo e nel paese sbagliato.

Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.
Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.

Le autorità sovietiche impegnate nei difficili equilibrismi del disgelo avevano bisogno di affermare un principio da cui non si poteva transigere. Va bene il cambiamento, la fine del terrore, va bene denunciare i crimini di Stalin ma l’homo sovieticus era e doveva comunque restare un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Il valore indiscutibile dell’esempio. Quello positivo: la nuova generazione di poeti, gli artisti, gli studenti modello che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quello negativo era sintetizzato in una sola parola: stiljaga. Lo stiljaga è giovane, decadente, ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Tratto fondamentale di quest’ultimo, secondo la campagna stampa di regime, è infine quello di essere in qualche modo un privilegiato, il potersi permettere di non lavorare. Vi ricorda qualcuno?

Manifesto di propaganda sovietico per combattere l'abuso di alcol.
Manifesto di propaganda sovietico per combattere l’abuso di alcol.

Strel’cov, questo George Best ante-litteram, sembrava fatto apposta: amava – ricambiato – le donne, le feste, l’alcool e grazie ad un paio di episodi (un ritardo al raduno della nazionale ed una rissa) si era anche guadagnato la fama del ragazzino irriconoscente che sputa nel piatto di privilegi in cui pochissimi sportivi in tutta l’URSS potevano mangiare.
A tutto ciò si aggiunse una serie infinita di altre ipotesi. Tra le più plausibili ci sono contatti proibiti con squadre straniere, il rifiuto di trasferirsi a squadre più blasonate – e con più santi in paradiso – quali CSKA e Dinamo (la proposta passò attraverso l’altra leggenda del calcio sovietico, il portiere Lev Jašin) e soprattutto l’aperta ostilità di Ekaterina Furceva, prima donna nella storia dell’URSS ad entrare nel Politburo del Comitato Centrale del PCUS, braccio destro di Nikita Chruščёv e per i manuali di storia la donna più influente nei settant’anni di politica dell’Unione Sovietica. Un bel colpo, no?

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La leggenda metropolitana recita di un rifiuto di Strel’cov davanti alle avance di Svetlana, figlia adolescente della Furceva. Rifiuto condito da un appellativo poco carino (scimmia) usato dal calciatore nel raccontare l’aneddoto agli amici. Leggenda o meno è certo che fu proprio la Furceva a depositare sul tavolo del Segretario Generale il dossier Strel’cov. Un gesto che da solo equivalse ad una sentenza già scritta e protocollata.

Il buio per il campione durò in tutto – grazie alla buona condotta – cinque anni, di cui uno e mezzo nel gulag di Viatskoe.
In una realtà come l’URSS post-staliniana cinque anni sono un’era geologica. Durante la detenzione di Edik i sovietici sono riusciti a mandare il primo uomo nello spazio (il buon e bel Jurij sì che era un esempio da seguire), hanno sfiorato il conflitto nucleare con la crisi di Cuba e hanno preparato il terreno per il tramonto definitivo della figura di Chruščёv che sarebbe avvenuto nel giro di un anno. La stagnazione era alle porte.

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(Scusa e buona lettura)

Il 4 febbraio del 1963, dopo il “pentimento” di ordinanza, la società sovietica è pronta a riaccogliere nelle sue fila il nuovo e “rieducato” cittadino Strel’cov. Il cittadino, non il campione acclamato. Ci vollero altri due anni di campionati amatoriali con la squadra della fabbrica ZIL (con il passaparola che faceva lievitare il numero di spettatori verso cifre spropositate per il contesto) prima di vedere di nuovo il nome di Strel’cov nei tabellini del campionato sovietico. Fu Leonid Brežnev in persona, il nuovo leader del PCUS, ad avallare la sua presenza tra le fila della Torpedo in risposta ad una petizione popolare a lui indirizzata.

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Nell’edizione del 65, dopo sette anni, il massimo campionato dava il bentornato al suo campione. Un calciatore diverso, si vede da subito. Più lento, più corpulento a causa dei lavori forzati e come se non bastasse vistosamente stempiato. La classe è ancora lì però. Intatta.
Con i bianconeri vince il campionato (’65), la coppa sovietica (’66), e per due volte è eletto calciatore dell’anno (’67 e ’68). Non partecipa ai mondiali del ’66 a causa del divieto di espatrio che comunque penderà su di lui fino al settembre dell’anno successivo quando finalmente torna a varcare la cortina per sbarcare a San Siro. Coppa dei Campioni, Inter-Torpedo. E sempre a Milano, due mesi dopo, la prima trasferta con la nazionale sovietica.
A trentatré anni il ritiro, alla fine del campionato 1970. I goal totali in campionato saranno 99 – eterno incompiuto anche nei numeri – in 222 partite.

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Il “Pelè russo” muore di cancro il giorno dopo il suo 53esimo compleanno, il 23 di luglio del 1990, pochi giorni dopo la conclusione della disastrosa avventura della sua nazionale ad Italia 90, l’ultimo con l’amata e maledetta scritta CCCP sulle magliette.
Anche nel caso di Edik non può mancare il più triste dei rituali russi di fine ventesimo secolo: la riabilitazione post-mortem. Un gruppo di intellettuali e giornalisti ancora oggi si batte per la riapertura del caso che cancelli definitivamente ogni macchia dalla memoria del calciatore. Oggi a Mosca a lui dedicati ci sono uno stadio e ben due statue.

Curiosamente entrambe lo raffigurano nella versione appesantita e “rieducata” post-gulag. Perché – come dire – va bene riabilitare ma è sempre meglio non esagerare che non si sa mai.

Antonio Casillo

 

Felicità è cantare a due voci quanto mi piaci

Felicità è anche quella che la nostra musica melodica – da Al Bano a Toto Cotugno – ha regalato a milioni di russi dagli anni dell’Urss fino ad oggi. Un documentario che è un vero “romanzo popolare” racconta l’incredibile passione di un popolo intero per l’Italia e le sue canzonette.

Chi si si ricorda del cantante romano Robertino Loreti? Dopo aver conosciuto una certa popolarità negli anni ’60 per aver partecipato tre volte a Sanremo, è dal 1970 che non pubblica più un disco. Eppure da allora, in Russia e in tutte le repubbliche ex sovietiche, è una star con centinaia di migliaia di persone che affollano i suoi concerti. E’ lui il capofila dello stuolo di cantanti che hanno reso enormemente popolare la musica italiana in Russia. Dagli anni ’80 fino ad oggi. Un documentario racconta della folle passione di un popolo intero per le nostre canzonette.

Volete sperimentare il modo migliore per scoprire una paese straniero e la sua gente? Provate a partire, invece che con in mano una guida turistica, portandovi dietro una telecamera. E un’idea in testa: quella di fare un documentario. Un modo per interagire col mondo, invece di limitarsi a guardarlo dal di fuori. “Quando vai a girare un documentario come ho fatto io in Russia, in un mese di riprese capisci quello che non riusciresti a comprendere neanche abitandoci per dieci anni”.

E’ questa la lezione più importante che dice di aver appreso Giuni Ligabue, giovane regista modenese, che insieme al coautore Marco Raffaini e Marco Mello alla fotografia, ha girato nel 2013 un documentario che è un piccolo gioiello, “Italiani veri”, incentrato sull’incredibile successo a partire dagli anni ’80 della musica nazionalpopolare italiana in Unione Sovietica. Insomma, le nostre “canzonette”. Quelle di Al Bano e Pupo, Toto Cotugno, Riccardo Fogli e tanti altri, fino al cantante romano Robertino Loreti, tanto sconosciuto da noi quanto una star ancora oggi osannata e seguita da un esercito di fan in tutte le repubbliche ex sovietiche.

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“Pensavo fosse un fenomeno di dominio pubblico – dice Ligabue – invece, ora che con Marco andiamo in giro a presentare il nostro film in attesa della pubblicazione in dvd, scopro che qui da noi la gente non sa nulla di quello che la musica italiana ha rappresentato e rappresenta per i russi”. Un pezzo della loro storia che ha perfino contribuito, seppur con tutti i limiti del caso, al crollo del comunismo.

In pratica, il ribaltamento di una serie di profezie, che da Nostradamus passando per Don Bosco fino alla beata Suor Elena Aiello, preannunciavano una Russia in marcia “su tutte le nazioni d’Europa, particolarmente sull’Italia, fino a innalzare la sua bandiera sulla cupola di San Pietro”. Macché, siamo stati noi a imporre il ballo del Qua Qua sulla piazza Rossa.

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L’esplosione della popolarità delle nostre canzonette in un Unione Sovietica risale ai primi anni ’80, quando i vertici del partito decidono di concedere la messa in onda sulla televisione di stato della serata finale del festival di Sanremo, unica trasmissione occidentale a poter passare le maglie della rigidissima censura.

Una scelta dettata dalla totale assenza di qualsiasi contenuto minimamente impegnato nelle orecchiabili melodie della nostra musica popolare, utilizzata – con almeno un decennio di ritardo – come una specie di farmaco innocuo per sedare la voglia di occidente della popolazione, attratta in via clandestina dalle sirene del rock anni ’60 e ’70 con i suoi pericolosi risvolti anti-sistema. Come racconta Mikhail Cherchik, uno degli intervistati nel film di Ligabue e Raffaini: “La musica inglese e americana era considerata di protesta e proibita, imponeva alle persone di pensare, quella italiana no: goditi la vita, il sole, il mare, bevi vino, ama le donne e sii contento”.

 

In realtà, ben prima di questa pensata di qualche genio del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, forse ammorbidito anche dai tradizionali buoni rapporti col partito comunista più importante d’Occidente, quello italiano, già dagli anni ’60 impazzava in Urss la musica di Robertino Loreti, che con la sua voce bianca spopolava con un pezzo come Jamaica, pubblicato su 45 giri nel 1962. E chissà come riuscito a passare la frontiera sovietica dove – racconta Loreti nel documentario – “qualcuno decise di stamparlo facendogli raggiungere la bellezza di oltre 50 milioni di copie vendute”. Probabilmente, all’epoca, all’insaputa di Robertino stesso.

Un successo talmente stratosferico che la prima cosmonauta donna russa, Valentina Tereškova, quando nel 1963 fu lanciata nello spazio, chiese di poter rompere il silenzio dal quale era circondata ascoltando via radio proprio le canzoni di Loreti.

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Quando poi, nell’89, Robertino si reca in turné per la prima volta in un’Unione Sovietica ormai prossima al crollo, a Leningrando (oggi San Pietroburgo) proveniente da Mosca, trova alla stazione ad accoglierlo migliaia di persone che lo sollevano e lo portano di peso alla sala concerti dove avrebbe dovuto cantare.

Impressionante il video del concerto di Kharkov, seconda città più grande dell’Ucraina dopo la capitale Kiev, con un pubblico calcolato tra le 300 e le 500 mila persone ad ascoltare Robertino accompagnato dal solo Fabrizio Masci al synthesizer. Spettacolo che da noi faticherebbe a riempire un pianobar.

 

“Ma il vero protagonista del nostro documentario è il popolo russo e il suo romanzo d’amore per l’Italia – spiega Ligabue – non i vari Al Bano, Cotugno, Pupo, pure presenti nel film, o l’irraggiungibile Celentano, una vera e propria leggenda da quelle parti. Così come non sono le vere protagoniste del nostro lavoro le tante star della musica russa, sconosciute in Italia, che è stato faticoso intervistare perché lì sono un po’ come da noi Laura Pausini: difficile farsi concedere un’intervista per una piccola produzione come la nostra.

[quote_right]”L’unica canzone che ci hanno negato è stata ‘Azzurro’. Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”[/quote_right] Proprio per dare rilevanza non tanto a questi “big”, ma ai tanti russi che abbiamo sentito per il documentario (se vogliamo le due personalità più importanti sono quelle a due cari amici di Marco che bazzica in Russia almeno dal 1991) abbiamo fatto la scelta registica di non riportare la qualifica ma solo il nome dei vari intervistati, anche se alcuni di loro sono importanti critici musicali locali. Ma volevamo proprio che emergesse la passione per l’Italia di un popolo intero spesso soggetto a giudizi ingiusti e affrettati da parte nostra, mentre generalmente sono tutte persone di una gentilezza e ospitalità straordinarie”.

Difficile realizzare un documentario autoprodotto, a budget zero, con tanti chilometri da fare e tanti personaggi da inseguire da est a ovest? “In realtà nemmeno tanto – commenta Ligabue – Cotugno e Pupo ad esempio sono stati molti disponibili, un po’ meno Al Bano. Più che altro è difficile contattarli perché sono sempre in Russia – ride – e nemmeno ci sono stati particolari problemi con la colonna sonora, anche se ovviamente contiene molte canzoni protette da diritto d’autore. L’unica che ci è stata negata dalla casa discografica che ne detiene i diritti è stata ‘Azzurro’, scritta da Paolo Conte ma resa famosa da Celentano. La motivazione? Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”.

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Naturalmente l’esperienza del trio emiliano per girare “Italiani veri” in Russia meriterebbe un racconto a parte. Che inizia nel 2011 quando “Marco Raffaini – spiega Ligabue – mi ha contattato lanciandomi l’idea che ho subito accettato, essendo da sempre appassionato del mondo slavo. Come ci si prepara a un lavoro come questo? Beh, prima di partire abbiamo attivato una serie di contatti in modo da procedere speditamente con le interviste una volta là. Marco ha preceduto me e l’altro Marco (Mello), mentre noi che ce la facciamo sotto a viaggiare in aereo abbiamo prima raggiunto Budapest in macchina e da lì, Mosca in treno.

Il doc è tutto girato nel mese trascorso tra la capitale e San Pietroburgo, quasi sempre ospiti di amici di Marco. Un’esperienza fantastica, piena anche di avventure. Proprio a San Pietroburgo abbiamo partecipato a una serata celebrativa del trentennale della chiusura di uno storico locale – oggi sede di un cinema teatro – a suo tempo ritrovo obbligato di gruppi locali di techno punk. Una serata piena di vecchie glorie, oggi in avanzato stato di decomposizione. All’inizio sembrava un ritrovo di vecchi amici, baci, abbracci, allegria e musica. Poi ha cominciato a girare la vodka, lo standard di un russo in libera uscita serale è una bottiglia e mezza a testa, e nella notte la festa è degenerata. E’ finita a botte. Non con noi, eh. Tra le vecchie glorie”.

La versione del gruppo rock russo degli Strannye Igri di “Felicità” di Al Bano e Romina Power, una delle canzoni italiane più famose di sempre in Russia. Spiega oggi uno di loro: “Ci ritenevamo esponenti di un nuovo movimento che rifiutava le tradizioni precedenti che consideravamo borghesi e perciò prendemmo di mira ‘Felicità’, allora popolarissima in Urss, perché secondo noi dava un’idea troppo superficiale della vita”

Anche questa è Russia. Forse quella che maggiormente risponde certi nostri stereotipi riguardo “l’orso siberiano”, un popolo di ubriaconi violenti con le grinfie sempre protese verso l’occidente. Ieri come oggi con la Russia di Putin. Probabilmente retaggi della propaganda da guerra fredda. Invece i russi sono soprattutto “italiani veri”, semplici e disponibili, talmente autentici da risultare quasi commoventi nelle loro dichiarazioni d’amore per il Belpaese e la sua musica popolare. Italiani d’elezione come l’ex esponente della Duma – il parlamento russo – Sergej Apatanko il cui sogno (poi realizzato nel documentario) fin da bambino è quello di poter cantare insieme al suo idolo: Robertino, “un amore trasmesso ai miei figli che oggi cantano le sue canzoni”. Uno che ha perfino commissionato a Raffaini di scrivere la biografia in russo di Loreti. Fatta anche questa.

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[quote_right]”I cutugnisti hanno imparato l’italiano ascoltando Toto Cutugno”[/quote_right]

Oppure come i cotugnisti, fan sfegatati di Toto Cotugno, tanto da impegnarsi a imparare l’italiano – che parlano molto bene – attraverso le sue canzoni. Racconta una di loro, Olga Rybakova, che negli anni ’80, mentre la tv trasmetteva il festival di Sanremo, loro cercavano di fotografare lo schermo della tv, per poi raccogliere il materiale in ordinati quaderni dove incollare articoli ritagliati con una lametta dall’unico giornale occidentale disponibile in biblioteca, l’Unità, ricopiando a mano quelli che non si riuscivano proprio a “rubare”.

Proprio Toto Cotugno è il protagonista di quello che è forse il siparietto più divertente di tutto il documentario, nel dialogo a distanza con Svetlana Svetikova, stella della musica russa, con la quale si è esibito nella canzone “Soli” in quello che dagli anni ’90 fino ad oggi rappresenta il nuovo modo di proporsi dei cantanti italiani in Russia: le esibizioni in duetto con artiste e artisti locali.

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Il video della performance dei due è imperdibile. Con Cotugno che per tutto il tempo bacia, abbraccia, tocca, s’appiccica come una cozza alla bellissima Svetlana che in “Italiani veri” dice: “Toto si è praticamente dichiarato sul palco”. Aggiungendo poi: “Dopo quella esibizione, delle signore anziane mi hanno sgridata perché non l’avevo sposato e non ero andata con lui in Italia”.

“Per noi l’italiano rappresenta l’uomo meridionale, pieno di passione, al contrario dei rozzi vichinghi settentrionali. L’italiano è quello che regala alla donna tutta la passione che merita” spiega un’altra intervistata. Alé, anche i russi hanno i loro begli stereotipi nei nostri confronti. Ma, al solito, a guadagnarci siamo noi. Del tutto immeritatamente, bisogna aggiungere, come dimostra un tipico commento made in Italy sotto il video del duetto: “beato lui, chissà che trombate si è fatto in Russia”. Cotugno se la ride e nega tutto: “Svetlana andò anche a raccontare che le avevo regalato una Bentley rosa, facendomi anche litigare con mia moglie. Tutte balle”.

 

Uno che in Russia pare si sia innamorato davvero (di una russa), è stato Pupo, Enzo Ghinazzi, un’altra superstar italiana lungo le rive del Don. Di una certa Lidia, al quale ha dedicato “una delle più belle canzoni che io abbia mai scritto”, dice, ‘Lidia a Mosca‘:

Lidia col profumo del Berioska
sto lasciando Lidia a Mosca
mentre tu mi stai aspettando.

Lidia non conosce l’italiano
ha imparato due parole
dice sempre “io ti amo”

Lidia se abitassi più vicino
pensa un po’ che bel casino.

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(Scusa e buona lettura)

Può sembrare del tutto folle ai nostri occhi che simili canzoni, potessero ottenere nell’Unione Sovietica al tramonto un effetto opposto da quello atteso dai dirigenti del partito. Eppure, come emerge chiaramente dal documentario, perfino “Felicità” di Al Bano e Romina o “L’italiano” di Toto Cotugno riuscirono a rappresentare per il popolo sovietico il desiderio di cambiamento. “Per noi la musica italiana era simbolo di libertà, roba che veniva dall’occidente. Valvola di sfogo, finestra sull’Europa, sul mondo libero. Anche se era spinta dall’alto, dal potere sovietico – pare piacesse molto anche a Breznev – per allontanare i giovani dalla musica rock”.

Quando nel 1991 la Georgia si dichiarò indipendente dall’Urss, a Batumi, una delle città più importanti, la prima cosa che pensarono fu di organizzare un concerto di Sabrina Salerno, “amatissima in Georgia per le sue tette grandi” racconta Mikhail Cherchik. “Impazzivamo per lei, non importava cosa cantasse. Mi ricordo soltanto le sue tette. Sabrina è arrivata, cantava in playback, faceva ballare le tette, e tutti noi eravamo felicissimi, al settimo cielo”.

Russi, italiani veri. Anche in questo.

Davide Lombardi

Un emiliano alla corte dei Soviet

1974, un comunista emiliano vola a Mosca per scoprire come si vive nel paradiso del proletariato. Quarant’anni dopo, il racconto dei suoi tre mesi immerso nel grigiore dell’Unione Sovietica di Breznev.

di Davide Lombardi

1974, un comunista emiliano vola a Mosca per partecipare a un corso estivo di marxismo-leninismo. Nel grigiore dell’Unione Sovietica di Breznev, scopre che nel “paradiso della classe operaia” familiarizzare con la popolazione locale è impossibile e alzare un po’ il gomito può portare a una condanna a anni di lavori forzati. Un modello che però i sovietici intendevano esportare in tutto il mondo anche addestrando militarmente, a colpi di Kalashnikov, gli ospiti stranieri. Quarant’anni dopo, il racconto di Franco Del Carlo, back in the Ussr.

Mosca, 1 maggio 1974. E’ la “Giornata di solidarietà internazionale ai lavoratori di tutto il mondo” e sulla Piazza rossa si svolge la tradizionale parata dalla scenografia imponente. Schierato sulle mura della storica fortezza moscovita sede del governo, il Cremlino, insieme al Segretario Generale Leonid Breznev c’è tutto il comitato centrale del partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Su una tribuna laterale sono ospitate le delegazioni dei partiti comunisti stranieri, tra cui naturalmente non manca quella del PCI, il più grande, al di fuori del blocco sovietico.

Tra i delegati italiani c’è anche Franco Del Carlo, all’epoca segretario cittadino del PCI modenese, che insieme ad altri otto colleghi provenienti da varie federazioni d’Italia, è partito il giorno prima da Roma per partecipare a un corso di tre mesi e mezzo a scuola di marxismo-leninismo. “L’invito arrivava direttamente dal PCUS – racconta Del Carlo – e quando Mosca chiamava, da Botteghe Oscure sentivano le federazioni più importanti chiedendo la disponibilità a partecipare. Più per cortesia che per affinità politica: negli anni ’70, per quanto il rapporto col PCUS fosse ancora di amicizia, non avevamo più niente da spartire a livello politico”.

Che nel 1974 ci fosse un bel po’ di crisi in famiglia tra comunisti italiani e sovietici, lo dimostra anche la sobria cronaca di quel giorno di festa, confinata in un trafiletto di pagina 13 dell’Unità, organo ufficiale del PCI, il 3 maggio 1974: “Rispetto agli anni scorsi la manifestazione di Mosca è stata caratterizzata da due novità: è durata due ore, cioè meno del solito, e non si è avuto alcun discorso ufficiale”. Immaginiamo il sollievo dell’autore dell’articolo, Romolo Caccavale, che traspare appena da queste scarne parole.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Merita invece segnalare su quella stessa edizione il pezzo “Nono illustra a Mosca la vita musicale italiana” in cui il compositore italiano “parla della lotta per la trasformazione della società, del recupero del canto popolare e delle opere elettroniche” sottolineando “l’impegno culturale che caratterizza la produzione dei musicisti schierati a fianco della classe operaia”. Nell’anno in cui la canzone più venduta in Italia risulterà essere “E tu” di Claudio Baglioni – “Accoccolati ad ascoltare il mare, quanto tempo siamo stati senza fiatare” – pensare che la musica di Nono potesse essere in qualche modo “schierata a fianco della classe operaia”, dimostra tutta la “Lontananza Nostalgica Utopica Futura” dai gusti del popolo oltre che del compositore veneziano, anche da parte di un PCI desovietizzato.

“Comunque – ricorda oggi Del Carlo – nel pieno dell’era Breznev, le distanze tra noi e i sovietici erano ormai enormi e dalla Direzione del partito ci dissero di apprendere il meno possibile dal corso di marxismo-lenismo. Semmai di cercare di capire la società sovietica”. Per i sovietici però, la scuola è una cosa seria. Oltre agli italiani, ci sono allievi dei partiti comunisti di altri 52 paesi. Le varie lezioni iniziano dalle 9 del mattino fino alle 12.30 e poi dalle 14.30 fino alle 18 circa. “Lezioni teoriche che a noi non interessavano per niente” dice Del Carlo, “tanto che le dispense che ci distribuirono scritte da Breznev, o chi per lui, tradotte in italiano naturalmente, non le abbiamo mai aperte. Alle lezioni, eravamo l’unica delegazione ad aver ottenuto di poter dibattere con i docenti. Tutti gli altri dovevano ascoltare e basta. Per i sovietici il dibattito era inutile: Lenin e Marx offrivano risposte per tutto”.

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“Realtà sovietica” e “Rassegna sovietica” furono due riviste fondate dal Segretario Nazionale dell’Associazione Italia-Urss, il reggiano Vincenzo Corghi

“Si era allora ancora nel mezzo della crisi sino-sovietica con truppe russe e cinesi schierate lungo il fiume Ussuri, confine tra i due paesi. Ad un certo punto, durante un seminario nell’aula magna della scuola, i sovietici ci chiesero di sottoscrivere un documento di condanna dei cinesi. Presi la parola io perché la nostra capodelegazione, una di Reggio Emilia, era timorosa di esporsi. Dunque, come suo vice, il compito fu mio. Dissi che non avremmo firmato quel documento perché non ritenevano si dovesse condannare il popolo cinese. I dirigenti possono sbagliare, i dirigenti cambiano, ma il popolo – un miliardo di persone – quello resta. E noi non eravamo contro i cinesi. Finito di parlare, sulla sala calò il gelo. Neanche i miei applaudirono. Poi ci fu la solita malignità dei russi che dopo di me fecero parlare greci, francesi, e tedeschi orientali. Tutti contro di noi. Soprattutto i greci che erano esuli espatriati in Urss, mantenuti dal PCUS. Gente che aveva lasciato altri compagni ad Atene a combattere il regime dei Colonnelli. I sovietici li usavano contro di noi per dimostrare il nostro isolamento. Al seminario era presente anche Boris Ponomariov, tutore dei compagni stranieri per conto del Pcus. A fine dibattito mi chiamò cercando di convincermi che la nostra posizione era sbagliata. Naturalmente non ci riuscì e la cosa finì lì. Devo dire che c’era grande rispetto nei nostri confronti, non ci facevano particolari pressioni, a parte provare a convincerci di essere nel torto”.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

In realtà, come ha rivelato in un’intervista del 1997 l’allora segretario di Rifondazione comunista Armando Cossutta, Ponomariov spinse per provocare una scissione all’interno del PCI tra fedeli alla linea sovietica e fautori della new wave di Berlinguer, trovando però la contrarietà perfino del segretario del PCUS succeduto a Breznev, Jurij Andropov. Ipotesi tutt’altro che peregrina quella di Ponomariov, vista la naturale propensione alla scissione dimostrata dalla sinistra italiana prima, durante e dopo il PCI. Del resto, perfino nella piccola Modena – che comunque allora era numericamente una delle federazioni più importanti d’Italia – una volta tornato dall’esperienza sovietica convinto che mai e poi mai il comunismo russo avrebbe potuto essere un modello imitabile per l’Italia, Del Carlo viene accusato da “molti compagni modenesi di essere diventato antisovietico”. “Io rispondevo che se fossero andati in Urss lo sarebbero stati anche loro”. “Per me – prosegue – quella fu solo una conferma. Già l’anno precedente ero stato per una settimana in Kazakistan per un gemellaggio insieme all’allora sindaco di Modena, Germano Bulgarelli, e ricordo che durante il volo di ritorno gli dissi: se dobbiamo andare in Italia a fare quello che abbiamo fatto qui, è meglio che cada l’aereo, almeno salviamo gli italiani da questa esperienza”.

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Dall’album fotografico personale di Franco Del Carlo, nella foto: giovani Pionieri sovietici in Kazakistan. Al centro, con gli occhiali, Germano Bulgarelli.

Esperienza che però, vissuta da privilegiato figlio di un partito fratello a scuola di Marx e Lenin, e con la certezza di tornare al paesello natio dopo tre mesi, per Del Carlo non fu nemmeno così malaccio. “Appena arrivati – racconta – i sovietici si dimostrarono di un’ospitalità stupenda. La mattina ci sottoposero a un’accuratissima visita medica, per certificare il nostro stato di salute, al pomeriggio andammo a mangiare in un ottimo ristorante in Piazza Puskin. Alloggiavamo in una palazzina a circa due chilometri dall’Istituto, solo noi nove, in due per camera. La nostra ‘incolumità’ era garantita da due agenti presenti nella guardiola della portineria 24 ore su 24. Già il 2 maggio ci pagarono lo stipendio, 800 rubli. Perché sì, la nostra presenza al corso era pure retribuita. Le lezioni però erano micidiali così, come da accordi, chiedemmo di poter visitare anche luoghi – scuole, fabbriche, ospedali – in cui potevamo toccare con mano il loro livello di vita. Essendo noi tutti comunisti, avevamo maggior libertà di movimento rispetta a quella che veniva concessa agli operai e ai giornalisti che l’imprenditore di Carpi Renato Crotti inviava in Urss perché ‘gli emiliani venissero davvero a conoscenza di quella che era la vita nel cosiddetto paradiso dei lavoratori’. Agli uomini di Crotti i sovietici facevano vedere solo le eccellenze, se così le possiamo chiamare, in modo che ne ricavassero la miglior impressione possibile. O almeno, ci provavano”.

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Libertà relativa, naturalmente, quella dei compagni emiliani, come ammette lui stesso ricordando un episodio particolarmente significativo: “Eravamo appena arrivati a Mosca e una sera mangiamo in un locale di fronte alla principale stazione di Mosca. Un gruppo di ragazzi e ragazze russi stava salutando una recluta in partenza per il militare. Desiderosi di entrare in contatto con la gioventù sovietica ci aggreghiamo a loro e decidiamo di andare a fare una passeggiata tutti insieme. Dopo cinque minuti siamo circondati da quattro camionette della polizia che prelevano i ragazzi mentre a noi ci riaccompagnano nella nostra palazzina, con metodi anche un po’ rudi. Il giorno dopo, il nostro interprete russo ci assicurò che i ragazzi erano stati rilasciati. Chissà…”.

Forse proprio alle proteste seguite a quell’episodio poco piacevole, le maglie del controllo sovietico si allargano.

“Potemmo addirittura partecipare a una dimostrazione di come funzionava la giustizia del proletariato assistendo ad un processo. Sotto accusa era un povero diavolo di un autista della metro che l’8 marzo di quell’anno, nella stanza che condivideva con la sua compagna all’interno di un appartamento collettivo diviso con altre famiglie, aveva bevuto un po’ troppo e fatto troppa ‘baldoria’ con la sua compagna. I coinquilini avevano chiamato la polizia che lo aveva subito tratto in arresto. La giuria era composta da sole donne così lui, forse sperando di ammorbidirle un po’, ottenne di cambiare avvocato difensore facendosi assegnare una donna. Il tentativo però fallì, visto che il poveraccio fu condannato a sei anni di lavori forzati. Per aver fatto un po’ di casino in camera da letto…”.

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Fonte immagine: The Eastern Blog.

A Del Carlo e agli altri, fu anche concessa la possibilità di venire a contatto diretto con la ben nota flessibilità della storiografia sovietica, mutevole a seconda delle variazioni delle linee guida del partito nel corso del tempo. “A San Pietroburgo, allora Leningrado, andammo a visitare il Palazzo d’inverno. C’era una mostra sul Consiglio dei commissari del popolo (il Sovnarkom) formatosi nel 1917 e presieduto da Lenin fino alla morte nel 1924. Lev Trockij, caduto in disgrazia già all’inizio dell’epoca staliniana e che di quel consiglio era membro con l’incarico di Commissario del popolo per gli affari esteri, non era presente da nessuna parte. Facemmo notare ai nostri accompagnatori la dimenticanza. Ne seguì una discussione di due ore. Del tutto inutile: siete male informati, ci dissero, Trockij non faceva parte di quell’organismo. Insistere fu del tutto infruttuoso, l’avevano semplicemente cancellato dalla storia”.

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Trockij cancellato da una foto storica con Lenin

“Al tempo non andava meglio per Nikita Chruščёv, deceduto nel 1971. Quando morì non lo seppellirono nel mausoleo del Cremlino come tutti gli altri segretari del PCUS. Per anni a lui fu riservata una tomba nel cimitero di Novodevičij a Mosca, come lapide solo una croce di legno. Poi dopo, siccome era parecchio visitata dai nostalgici del vecchio segretario deposto da Breznev nel 1964, gli han fatto una tomba con due blocchi di marmo, uno bianco e uno nero, che nelle loro intenzioni doveva simboleggiare la sua doppiezza”. Col senno di poi, forse una destinazione migliore per il vecchio Nikita, visto che in quello stesso luogo riposano Gogol’, Bulgakov, Prokofiev, Šostakovič e tanti altri. Personaggi certamente più apprezzati nella Russia contemporanea di quanto lo possano essere Stalin, Andropov e tutti gli altri, le cui salme si trovano ancora al Cremlino.

Particolare impressione fece a Del Carlo, la visita a una fabbrica tessile, “diecimila telai che lavoravano incessantemente, un rumore incredibile, ragazzotte con solo delle cuffie sulle orecchie per attutire rumore. Lavoravano senza alcuna tutela. Dissi al direttore che, fossimo stati in Italia, gli avremmo piantato uno sciopero tale da fargli chiudere la fabbrica. Ma quello era il paradiso dei lavoratori, e incrociare le braccia era ritenuto semplicemente inconcepibile. Capì senza ombra di dubbio che quella che loro chiamavano ‘dittatura del proletariato’ altro non era che la dittatura del partito sulla società. Il proletariato non c’entrava proprio niente”.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Il programma del corso prevedeva anche cinque giorni di addestramento militare in un campo dell’Armata rossa. Non era obbligatorio, ma quattro di noi, tra cui io, decidemmo di partecipare, non all’addestramento vero e proprio che prevedeva anche percorsi militari e cose del genere, ma solo per sparare con l’Ak-47, il Kalashnikov, che provai per la prima volta. Negli anni ’70, i sovietici pensavano che in certe parti del mondo la lotta armata fosse necessaria. Non dappertutto le cose andavano come in occidente. Per esempio al corso c’era una delegazione di uruguayani di cui diventammo amici. Più tardi, in Italia, venimmo a sapere che rientrati a Montevideo erano stati tutti arrestati e fucilati dalla dittatura militare guidata da Juan María Bordaberry. Ma, sia chiaro, noi italiani andammo a sparare per divertimento, per provare l’Ak-47, non ci sono altri motivi: la rivoluzione in Italia non era più in programma da tempo. Anzi, ricordo che incontrammo una guarnigione di carristi, gli stessi che erano stati a Praga nel ’68 a reprimere la Primavera di Dubček. Riuniti tutti insieme nell’aula magna della loro caserma, io presi la parola dicendo che noi italiani consideravamo un grande errore l’invasione russa in Cecoslovacchia. I soldati – devo dire – applaudirono il mio discorso. Al termine, il colonnello comandante mi avvicinò, aveva un grande stemma simbolo del suo ruolo. Se lo staccò dalla divisa appuntandomelo sulla giacca per poi abbracciarmi. Non vuol dire che fosse d’accordo con me, ma era un segno di rispetto per chi la pensava diversamente da loro”.

Difficile capire quanto, nei ricordi di Del Carlo, la totale presa di distanza rispetto al comunismo sovietico sia filtrata da un’evoluzione personale che lo ha portato oggi, settantasettenne, ad aderire, “convintissimamente” dice, alla nouvelle vague renziana. Che certo non ha nulla a che spartire con il percorso di uno come Del Carlo, figlio di partigiani rossi, passato attraverso tutta la trafila che allora si faceva nel partito, prima il Pionieri, poi la FGCI e infine il PCI. Un (ex) comunista che in passato sarebbe stato definito “revisionista” anche se in casa sua, dove ci siamo incontrati, spicca ancora adesso in bella mostra su una parete un quadro con Che Guevara e, accanto ad alcune foto di famiglia, una foto sempre del Che mentre abbraccia un bambino.

Nel 1974, nel PCI le posizioni alla Del Carlo, diciamo fortemente “scettiche” rispetto all’Unione Sovietica, erano ormai certamente maggioritarie, ma i forti contrasti interni non erano affatto esauriti. Soprattutto in una regione radicalmente “rossa” come l’Emilia.

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Franco Del Carlo oggi. Sullo sfondo, a destra, si può vedere il quadro col Che

Fu proprio la Primavera di Praga a portare a un deciso mutamento nei rapporti del PCI con l’URSS di Breznev e con il resto del movimento comunista mondiale. Contrario fin da subito all’intervento, a invasione sovietica avvenuta, il PCI si trovò davanti a uno dei momenti più critici della sua storia. Per la prima volta, il partito espresse il suo “grave dissenso e la riprovazione” nei confronti delle scelte di Mosca. A differenza dei quasi tutti i partiti comunisti occidentali che, dopo l’iniziale dissenso, si riallinearono progressivamente alle posizioni del PCUS, il PCI riuscì a ritagliarsi una certa autonomia, a malincuore accettata dalla dirigenza sovietica, senza peraltro giungere mai a troncare definitivamente con l’Urss. Promossa dal segretario Luigi Longo, a prevalere fu la vecchia formula di Togliatti dell’«unità nella diversità» come principio dei rapporti tra partiti comunisti, che smussò le posizioni considerate più estreme come quella di Berlinguer che, nel settembre 1968, considerava addirittura «l’eventualità di una lotta politica con i compagni sovietici», spingendo i comunisti italiani al lungo percorso alla ricerca di una mitica “terza via” tra il sistema sovietico e la socialdemocrazia, quella che in seguito prese il nome di eurocomunismo.

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Quarant’anni dopo, in un mondo completamente cambiato, Del Carlo continua ad avere stretti rapporti con l’ex Urss, oggi semplicemente Russia, grazie alla ditta di export di articoli per la casa messa in piedi negli anni ’90. “Da allora ci sono stato altre 57 volte”. Ritiene la Russia di oggi “molto migliore di quella sovietica, anche se le diseguaglianze sono enormemente aumentate. E’ vero, diversamente da oggi, nell’Urss erano tutti uguali. Nel senso che stavano tutti male, a parte i dirigenti del partito. Il capitalismo russo è un capitalismo selvaggio, darwiniano: se uno vuole ce la fa, se non ce la fa, vuol dire che non vale niente. In città come Mosca o San Pietroburgo dove la ricchezza abbonda, alla fine anche il diseredato riesce a raschiare le briciole dal fondo del barile e a sbarcare il lunario. In campagna si fa molta più fatica. Ci sono sacche di povertà spaventosa. A me colpiscono le babushke, le tipiche nonne russe col fazzoletto in testa, che si piazzano fuori dai centri di culto ortodossi per cercare di vendere i piccoli gioielli di famiglia. Stupendi centrini fatti a mano che magari svendono per 10 rubli. Fanno impressione”.

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Della sua esperienza sovietica il ricordo più bello resta assolutamente privato: il momento in cui la moglie lo raggiunge a Mosca per una settimana durante quella lunga estate sovietica. Per Franco, allora trentaseienne, tre mesi e mezzo lontano dalla compagna sono un sacrificio, anche se nel nome della fede comunista. “Ci tengo a dire – mi precisa – che proprio a Mosca è stata concepita mia figlia Liuba, in una stanza dell’Hotel Bucarest dove alloggiava mia moglie. Ljub in russo vuol dire amore“. Concludendo la nostra chiacchierata, gli preme raccontarmi proprio questo dettaglio, quasi fosse l’unico momento veramente colorato nel grigiore di un’estate sovietica.

Davide Lombardi

Nell’immagine di copertina, manifesto pubblicitario a Mosca in occasione del cinquantesimo anniversario del viaggio intorno alla terra di Jurij Gagarin. Fonte: The Eastern Blog.