Il volo della speranza

Storie di giovani italiani che hanno deciso di emigrare Oltremanica per provare a regalarsi un futuro che qui in Italia non riescono più a trovare.

di Anna Ferri

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Sono sempre di più gli italiani che cercano all’estero uno sbocco per potersi realizzare personalmente e professionalmente. E oggi, emigrare è molto più facile che in passato. Se non altro perché il viaggio in aereo costa pochissimo. Anche se il difficile, naturalmente, comincia una volta atterrati. Da tempo, in cima alle preferenze dei giovani italiani c’è Londra che però sembra meno disponibile di un tempo ad accoglierli. Abbiamo chiesto a dei ragazzi che vivono Oltremanica di raccontarci com’è una vita “made in England”.

La terra promessa dista solo un’ora e 15 minuti di volo e per raggiungerla basta investire il budget di un venerdì sera qualsiasi, circa 50 euro. A volte anche meno. L’aereo della speranza si chiama Ryanair e senza offrirti neanche un bicchiere di acqua ti porta dritto verso il tuo sogno: Londra. Per chi ha dai 20 ai 35 anni e vive in Italia in questo tempo di crisi economica, occupazionale e sociale, la capitale britannica è come un miraggio di soddisfazioni professionali e indipendenza. Là c’è il lavoro, dicono tutti. Là puoi fare carriera prima dei 50 anni. Io sto pensando di andare, risponde chi qui ha solo un contratto a progetto con il quale non può neanche chiedere un finanziamento per acquistare un armadio all’Ikea. Allora si risparmia un po’ che con la sterlina è tutta un’altra cosa e si schiacciano i vestiti in una piccola valigia, perché con le linee low cost più pezzi della tua vita decidi di portarti dietri e più il prezzo sale.

Londra, vista da qui, è proprio bellissima. Lo pensano in tanti, si può quasi dire troppi. Secondo il reportage di Marco Mancassola pubblicato su Internazionale, il numero degli italiani che hanno deciso di tentare la fortuna sulle rive del Tamigi sono aumentati del 300 per cento in quattro anni:

“Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare”.

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Photo credit: City via photopin (license) 

Un dato che da una parte preoccupa la politica e infatti il premier David Cameron non fa nulla per nascondere la volontà di rinegoziare i termini della libertà di movimento per i cittadini europei e pensa anche a pesanti modifiche per l’accesso ai sussidi. Per quanto riguarda l’Europa, si è addirittura parlato di un referendum per capire se gli inglesi vogliono restarci oppure no. Pura fantapolitica. Anche perché, se da una parte l’immigrazione interna dell’Europa – come appunto quella italiana – può creare qualche tensione, dall’altra l’economica ha le sue regole, come spiega giustamente Mancassola sul suo reportage:

“I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare”.

Londra, vista da qui, è lontanissima. Difficile capire cosa succede davvero nella metropoli, quali sono le difficoltà che si incontrano cercando la propria fortuna e perché no, felicità, e come vengono visti tutti questi giovani europei da chi lì ci vive da sempre: gli inglesi. Lo abbiamo chiesto a chi qualche anno o anche solo alcuni mesi fa è salito su un volo Ryanair e ora vive sulla sua pelle le conseguenze, positive o negative che siano, della scelta di migrare.

Nico Sarti: “C’è stata un’esplosione e i tempi sono duri”

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Photo credit: via photopin (license)

nico sartiSono originario di Bologna, Quartiere Mazzini, classe 1980. Sin da ragazzino sono stato affascinato dalla cultura e musica britannica, così appena ne ho avuta l’opportunità ho iniziato a visitare Londra e stringere amicizie con gente di qua. Nel 2006 mi sono trasferito a Londra e ho iniziato a cercare lavoro, puntando a quello che l’Italia non poteva darmi e non sto parlando di fare cappuccini o servire pizze. Erano tempi in cui la maggior parte degli italiani a Londra erano qui per divertirsi o studiare. In entrambi i casi non aspiravano a niente di più che un miglior salario, grazie alla forza della sterlina. Dieci anni fa non si parlava di fughe dei cervelli ma solo a quanto fosse facile trasferirsi qui e avere un minimo sindacale più alto di quello italiano. Sin dal mio primo giorno come “immigrato” al Job Centre avevo capito bene che non potevo pretendere di arrivare qua e comportarmi come se fossi a Bologna. Non potevo andare in giro a chiedere favori ai pochi italiani che conoscevo qui, implorando per le classiche “bazze” o “dritte” da immigrato. Ho iniziato a lavorare come specialista nel settore social media e musica, un settore che 10 anni fa era già in grande espansione qui in Gran Bretagna e che cominciava a pagare bene. Avevo dimostrato di aver passione e talento e dopo vari mesi di prova mi hanno dato un ruolo a tempo indeterminato. Così ho iniziato a spostarmi da agenzia ad agenzia, costruendomi una carriera.

Negli ultimi tre anni c’è stata un’esplosione di italiani che si sono spostati qui su voli della speranza, con l’aspettativa di un lavoro facile. Non è vero che il Regno Unito non ci vuole più, ma è vero che i tempi sono più difficili. Molti, troppi italiani con nessuna conoscenza di questo paese si spostano, specialmente nella capitale, con la convinzione di trovare un futuro migliore. Troppi si rimettono ai soliti trucchi per poter ricevere il National Insurance Number: in teoria fino a quando non hai fissa dimora non puoi ricevere il tuo NIN e quindi molti si fanno mandare una lettera a casa di un amico o parente residente e usano questa massi gallicome conferma di domicilio. La maggior parte degli inglesi non sono contrari all’immigrazione ma hanno paura che non ci siano controlli su quanti e chi siano le persone che entrano in questo vortice di offerta e domanda di lavoro. Si sente che i tempi sono cambiati e che c’è un’inflazione di talenti stranieri nel paese. Una delle cose che ho notato è che gli inglesi hanno perso il loro humour sul tema impiego e immigrazione: non vogliono più sapere se hanno di fronte un candidato italiano, tedesco o francese, ma solo se il suo talento e personalità sarà decisivo nella crescita di un team, agenzia o dipartimento.
Sono gli Italiani all’estero che portano avanti gli stereotipi che ci contraddistinguono nel mondo. E’ la cultura da immigrato al quale manca il baretto locale, il cibo di mamma e la pausa pranzo di tre ore che pesa sui datori di lavoro inglesi. Purtroppo qualcosa è cambiato e lo spazio a disposizione una volta si è ristretto. Voglio credere e spero di vivere qua molto a lungo e anche che Cameron non mi cacci via. Gli Italiani, nonostante i luoghi comuni, sono ammirati e rispettati nella capitale, ma ogni tanto penso che siano loro a non ricambiare i compaesani inglesi.


Massimiliano Galli: “Non è l’America ma se vali puoi farcela”

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Photo credit: All along the watchtowers – Hayward Gallery abstract by night – London DSC00796.jpg via photopin (license)

Sono arrivato a fine giugno 2014, in Italia vivevo in uno stato di frustrazione costante a causa dell’imbarazzante azione che è diventato il volersi cercare un lavoro: ho strippato e dopo due anni da vomito sono partito. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e così è stato: appena arrivato mi sono fatto due settimane nelle quali mi sono vissuto Londra come andrebbe vissuta, chiaramente il costo è insostenibile e le mie ridotte finanze hanno subito un primo contraccolpo. Una mattina mentre ho pensato di mandare un curriculum a un’azienda italiana per la quale avevo lavorato e che aveva una sede a Londra dove non lavora neanche un italiano. Dopo una nottata ad aggiustare, tradurre e pompare il curriculum all’inverosimile chiamo, mi presento e chiedo se posso inviare i miei dati. Mando tutto martedì e il giorno successivo mi fissano il primo colloquio: un massacro di due ore per poi chiamarmi venerdì sera per dirmi se potevo fare il colloquio il sabato. Altre due ore di tortura ma la sera mi chiamano e mi assumono.

Quella sera vado a festeggiare in un locale dove ero l’unico straniero ma una pinta di birra favolosa costava 3 sterline. Trascorro la serata con uno sconosciuto di nome Brandon, etilista irlandese, che fuori dal pub mi chiede quanto peso. Alla mia risposta mi dice che non ha mai visto uno così magro bere così tanto. Il lunedì inizio a lavorare.
Qui iniziano una marea di eventi positivi che ti riassumo così: non è l’America ma essendoci ancora un criterio semi meritocratico c’è modo di farsi valere e spuntarla. Per questo anche se la misura è colma e la competitività in ogni ambiente e ad ogni livello è alta, c’è ancora speranza. Però ripeto: non è l’America e doversene tornare a casa è un attimo, ambientarsi non è semplice ma si può fare almeno per un po’ di tempo. Per me è durissima: i rapporti umani qui sono diversi e non è solo una questione di culture diverse: è che qui sei a Londra.

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Carolina Rinaldi: “I problemi ci sono per chi chiede i benefit”

E’ vero che siamo veramente tanti qui ma resta comunque il fatto che se sei bravo e ti impegni qualcosa trovi. I problemi degli inglesi sono verso quelli che vengono a chiedere i benefit, gli aiuti dello Stato, senza lavorare o cercare occupazione. Nonostante tutto, gli inglesi sanno bene che la loro cultura è questa grazie al mix di nazionalità ed è proprio questo che rende Londra una potenza. Insomma, qui che tu sia marocchino, neo zelandese, italiano o scozzese se hai voglia di lavorare e sei bravo tutto il resto non c’entra.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: _MG_0198 via photopin (license).

Nella foresta amazzonica dove tutto sembra lontanissimo

Tra India e Amazzonia, il lungo viaggio di Domenico ai confini del mondo cosiddetto civilizzato alla scoperta di se stesso

 di Anna Ferri

Quando è salito su quell’autobus Domenico non si aspettava di iniziare un viaggio che lo avrebbe portato a vivere dall’altra parte del mondo, in una piccola casa di mattoni vicino alla foresta amazzonica. Era il 2006, anno della laurea, e con l’inconsapevolezza dei suoi 23 anni aveva deciso di partire con un gruppo di amici per l’India, però non con un volo diretto e neanche con un treno, ma con un autobus che si sarebbe fermato per delle tappe lungo la strada, per vedere un po’ di mondo e a fare spettacoli teatrali e circensi in Grecia, Turchia, Kurdistan, Pakistan per promuovere incontri tra le culture.

Un’idea pazzesca arrivata durante la stesura della tesi in filosofia morale. E così Domenico Campanelli, classe 1983, una testa di ricci biondi e occhi azzurri, aveva deciso di prepararsi per questa nuova avventura facendo un corso intensivo con Jean Mening, maestro francese di teatro e clownerie. A settembre nel suo gruppo erano in 18 tra amici e amiche: 12 stavano sull’autobus e altri sei su due furgoni. Una vera e propria carovana. Per raggiungere l’India ci vollero quattro mesi e in mezzo ci furono spettacoli nelle scuole, quartieri poveri, orfanatrofi. Arrivati finalmente in India ne restano talmente affascinati che Domenico decide di fermarsi cinque mesi e continuare lì gli studi di teatro e musica, iniziando anche un percorso spirituale legato allo yoga e alla terapia alternativa. Come spesso accade, l’India rimescola le carte nella vita di una persona e trasforma un viaggio in luoghi geografici in un viaggio dentro se stessi: per Domenico e suoi amici l’idea di tornare alla vita normale, tra università e lavoro, era ormai un pensiero lontanissimo.

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La comunità nomade del Circo Paniko

Dopo circa nove mesi dalla partenza la carovana torna in Europa con l’idea di non sciogliersi ma, anzi, di diventare ancora più grande. Nasce così a Bologna il Circo Paniko, una vera e propria comunità nomade e indipendente. Un esperimento sociale e di convivenza che con i suoi furgoni e tende colorate gira per l’Europa per portare un messaggio di pace.
“Avevamo visto la sofferenza e le problematiche sociali, politiche e culturali dei paesi del Medio Oriente e dell’India, tra guerre e povertà”, spiega Domenico. “In tutto questo però c’era anche tanta ricchezza e colore. Il mondo è più grande e vasto di quello che pensiamo. Abbiamo capito che dovevamo andare avanti e abbiamo fondato questo circo pirata: i cinque furgoni iniziali sono diventati quindici”.

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Decidono di partire dalla Grecia e da subito è chiaro a tutti che il lavoro del circo e del teatro è solo una piccola parte di quello che sta realmente accadendo: “Vivere in comunità ci mette di fronte a degli specchi – che poi sono le altre persone – dove vediamo riflessi i nostri difetti, il nostro ego e altre cose che raramente notiamo di noi stessi. Questo ci ha aiutato molto a crescere. Suonavamo, facevamo gli spettacoli e arriviamo in posti dove nessuno si aspettava di vederci e la gente rimaneva sbalordita”. Il progetto culturale è ambizioso: Circo Paniko propone un atto scenico forte, ama il grottesco: attraverso i racconti di alcuni personaggi mette a nudo le dinamiche umane per portare a una riflessione sulla società contemporanea. Per questo viene classificato come spettacolo per adulti. Passano i giorni, le settimane e i mesi. La carovana arriva in Spagna e con lei il freddo. Un giorno si trovavano vicino a Barcellona, in un centro residenziale per compagnie e Domenico decide che non ha intenzione trascorrere l’inverno lì e con altri tre prende un biglietto per il Brasile.

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Il richiamo della foresta
“Da subito ho sentito che il Brasile era un posto che aveva tanto da offrire e come spesso accade le cose sono successe e basta: ho conosciuto persone che conducevano un’altra qualità di vita e ho iniziato a lavorare in un progetto dentro la foresta”. Nella Chapada Diamantina, un gigantesco parco nazionale che si trova nello Stato di Bahia, Domenico resta cinque anni e qui incontra quella che nel 2012 è diventata sua moglie, Dulcinea. Lei stava lavorando a un progetto educativo per i bambini nativi della zona che a parte la famiglia potevano contare su pochi stimoli di crescita e Domenico decide di aiutarla a costruire questa scuola su un pezzetto di terra. Danno vita a questo spazio ricco di teatro, musica, disegno, yoga, capoeira dove tante persone arrivano ad aiutare trasformandolo in un luogo di scambio culturale molto attivo.

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All’inizio la vita è piuttosto dura: vivevano in una struttura senza finestre, gas e luce. L’acqua c’era solo perché dal fiume vicino erano riusciti in un qualche modo a fare un collegamento. La spesa si fa nel mercato del paese vicino e il cibo si cuoce con il fuoco. Una cosa difficilissima se ci si pensa guardando la propria cucina super attrezzata. Però lì, lontano dal mondo, lontano da tutti, completamente immersi in un paradiso naturale incontaminato, riscoprendo i ritmi e i tempi che la natura ti dà, Domenico trova casa sua. “Animali, insetti, acqua cristallina, luoghi fantastici e ore e ore di camminate senza trovare altro che la bellezza della natura”, racconta Domenico: “Ho compreso cose dentro di me, aspetti del mio passato e del mio presente. La natura è stata la mia più grande maestra”. Dopo due anni riescono a recuperare un fornello a gas e poi arrivano anche i soldi per costruire porte e finestre. La casa diventa uno spazio educativo per i bambini e piano piano la situazione della zona migliora e arriva anche l’elettricità.

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Ritorno a casa
Adesso Domenico è tornato in Italia e ha deciso che ci si fermerà per un po’. Sua moglie arriverà tra qualche mese perché adesso è in Cile. In questi anni hanno sempre trascorso qui l’estate, organizzando spettacoli e diffondendo le pratiche imparate nella foresta. Chissà cosa pensano mamma e papà, chiediamo sorridendo: “Che sono un matto”, ci risponde in un soffio. “Ho dei genitori fantastici che mi hanno sempre appoggiato e seguito in questo mio percorso. Senza il loro aiuto e la loro comprensione sarebbe stato più difficile”. Gli chiediamo quali sono queste pratiche che ha imparato nella foresta e lui ci parla del Santo Daime di cui noi, un po’ vergognandoci, ammettiamo di non conoscere nulla. Domenico ci spiega che è una pratica molto speciale di purificazione interiore che porta benefici sia in termini di salute fisica che spirituale.

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Ci chiediamo come sia possibile vivere là e qua, in due luoghi così diversi, sentendosi sempre se stessi. “C’è voluto tempo per superare la sensazione di difficoltà a riconciliarmi col mondo occidentale. Poi ho capito che non dipendeva da quello che c’era fuori ma solo da aspetti di me legati a questa mia vita”. Già, perché per capire se stesso Domenico è andato dritto dritto alle radici senza aver paura. Ripartendo dalla natura e distaccandosi da tutta una serie di cose che lo legavano a degli schemi dati dalla società, che ci spiega “alla fine ti porta a fare quello che vuole lei”. Ma lì, nella foresta amazzonica, tutto sembrava lontanissimo ed è riuscito a osservarsi e a rendersi conto di come funzionavano le cose: “Per comprendere me stesso mi sono allontanato dalle situazioni del mondo. Sono dovuto scappare perché sentivo che c’era qualcosa che non andava. Ho imparato a riconoscere gli aspetti che non mi fanno bene, a distaccarmene e a non farmi condizionare. E ora, dopo tutto questo tempo, mi sento libero anche qui”.

Anna Ferri

Le lunghe notti di Kampala

La vita notturna di Kampala, capitale dell’Uganda, negli scatti del fotoreporter Michele Sibiloni. Tra gente che si diverte, che balla, si ubriaca, ma anche che lavora, in una delle più belle e povere nazioni africane.

Testo Martino Pinna, Foto Michele Sibiloni

Ancora oggi, nella maggior parte dei casi, gli europei vedono l’Africa come un unico blocco tutto uguale, e non come un enorme e complesso continente quasi impossibile da descrivere. Quel che si può fare è tentare di raccontarne un pezzo per volta, ammettendo che molti di noi non saprebbero indicare sulla cartina nemmeno la metà dei 54 stati che compongono il continente africano. Ad esempio sapreste dire con esattezza dove si trova l’Uganda?

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Michele Sibiloni è un fotogiornalista che si trova in Uganda da 4 anni. Negli ultimi tempi sta documentando la vita notturna della capitale, Kampala, “un buon posto dove vivere se lavori in questa regione: è più piccola di Nairobi e anche più sicura, anche se la delinquenza sta aumentando”.

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Le sue foto delle notti di Kampala fanno venire in mente le parole che il grande giornalista polacco Ryszard Kapuściński scrisse a proposito del continente africano: “Una zona del mondo percorsa da una inquieta, violenta carica di elettricità”. Così sembra Kampala negli scatti di Sibiloni.

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Ma cosa fa la gente la notte a Kampala? “Di notte la gente fa quello che non può fare di giorno: trasgredisce, beve balla, si diverte. Allo stesso tempo c’è chi lavora e chi si guadagna da vivere come succede in tutte le grandi città”.

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Negli anni ’70, l’Uganda divenne nota al mondo per essere stata teatro di quello che ancora oggi è considerato il più famoso raid antiterrorismo della storia, la liberazione da parte delle forze speciali israeliane degli oltre cento ostaggi di un volo Air France dirottato sull’aeroporto di Entebbe, 35 km a sudovest di Kampala, e  per le famigerate imprese di uno dei più folli e sanguinari dittatori della storia africana, Idi Amin Dada. Colui che si autoproclamò Sua Eccellenza il Presidente a vita, Feldmaresciallo, Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare e Conquistatore dell’Impero britannico, in Africa in Generale e in Uganda in Particolare. Questi sono solo alcuni dei titoli.

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L’eccentrico e spietato dittatore era un appassionato di cartoni Disney, sosteneva di controllare i coccodrilli col pensiero, si ricopriva la giacca militare di medaglie e titoli che si conferiva da solo, tra i quali Re di Scozia, e fece uccidere un numero imprecisato di persone. Un’Uganda folle, naif e sanguinaria, oggi ricordata solo per fare paragoni con l’attuale presidente del paese, Museveni, al potere da 25 anni.

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“Il presidente Museveni è uno dei presidenti africani più influenti” spiega Sibiloni. “L’Uganda è lo stato che fornisce il maggior numero di soldati nella missione Amison, sopratutto in Somalia per combattere al Shabaab, e anche per questo è in buoni rapporti con gli Stati Uniti. C’è stata qualche tensione riguardo la legge contro gli omosessuali che il parlamento Ugandese ha approvato e poi successivamente abolito/modificato. Ma la gente in Uganda è gentile, pacifica con voglia di divertirsi. La religione è molto forte ed influente, in in modo particolare i Cristiani evangelici e protestanti. Consiglio al riguardo il documentario God loves Uganda“.

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L’Uganda oggi ha 34 milioni di abitanti, si parla inglese e swahili, e nonostante alcuni progressi ha sempre alti tassi di mortalità infantile soprattutto nelle zone rurali, colpite da diarrea, malnutrizione e Aids. A proposito del costante incubo Aids Sibiloni racconta: “L’Hiv è una paura presente: la prevenzione è tanta e i preservativi sono facili da reperire, ma in alcuni casi hanno un costo, nonostante si possano anche trovare gratis. Quindi in un paese povero spesso anche la mancanza di denaro può portare a non utilizzare il preservativo. Questo nelle città. Nei villaggi l’atteggiamento è un po’ diverso: più povertà, più ignoranza e quindi meno attenzione”.

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Su Aljazeera c’è un bel reportage di Sibiloni sul consumo di droga a Kampala tra le fasce più povere della popolazione: eroina, cocaina, crack, colla, farmaci, tutto quello che si riesce a trovare e soprattutto che costa poco. Perché le notti in Uganda sono lunghe, ma le giornate – per alcuni – lo sono ancora di più.

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(foto di Michele Sibiloni)

120 giorni su un’isola lontanissima

di Anna Ferri

Little Island – piccola isola – è un fazzoletto di terra di 500 metri quadrati nell’arcipelago Vesteralen, in Norvegia, subito sopra il circolo polare artico. Un posto lontanissimo per tanti motivi: il primo e più importante è che per arrivarci bisogna prendere un aereo fino a Oslo, poi prendere un volo interno di mattina presto per arrivare al nord e da lì salire su un pullman per un viaggio di quattro ore nelle lande desolate e infine, arrivati in un porticciolo, prendere una barca con un motore molto potente per affrontare le onde del mare e saltare per venti minuti finché non si arriva a Little Island.

Il secondo motivo è che si devono avere ragioni molto valide per andarci, perché in quella piccola isola ci sono solo un faro e una casetta e per raggiungerla si devono fare 300 gradini a piedi. Su quell’isola vive Elena, signora norvegese con un passato da giornalista nelle zone di guerra, come la Palestina, e da osservatrice Onu. Un giorno decide che quella non poteva più essere la sua vita e acquista casa, faro e un pezzettino di terra su quell’isola deserta sfidando molti pregiudizi: Elena è del sud della Norvegia e invece l’isola è al nord, dove ci sono soprattutto pescatori uomini che non vedono di buon occhio l’idea che una donna sola gestisca quel bellissimo posto.

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L’isola è un microcosmo autonomo: ci sono i pannelli solari per l’energia e un generatore diesel per quando il sole non batte – praticamente metà anno – e un pozzo per l’acqua che però va sempre bollita prima di essere bevuta. La doccia calda si fa solo due volte la settimana e per risparmiare acqua ci sono (anche) i bagni esterni con la segatura. Vicino alla casa c’è un bellissimo orto che si riesce a coltivare grazie al microclima dell’isola e per le altre cose bisogna scendere 300 scalini, prendere la barca, saltare per 20 minuti, andare sulla terraferma, raggiungere il paese più vicino, fare la spesa e ripetere il percorso al contrario considerando che a questo punto i 300 scalini si dovranno fare con dei pesi in mano.

Un giorno qualsiasi di aprile, a circa 3mila chilometri di distanza dalla piccola isola, Francesca Zanetti, trentenne italiana con un piccolo studio di comunicazione ed editoria, decide che è arrivato il momento di cambiare aria per un po’ e inizia a guardare workaway.info un sito che mette in contatto domanda e offerta di lavori volontari nel mondo, quelli in poche parole dove si mettono a disposizione le proprie competenze in cambio di vitto e alloggio per un periodo di tempo. Trova un annuncio di Elena, che cerca tra le altre cose anche qualcuno che si occupi della cucina. Francesca manda subito una mail ma la risposta non è positiva: il posto è già assegnato.

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La cosa sembra finita lì quando a giugno arriva un messaggio di Elena che dice che il posto si è liberato e se vuole può partire subito. Dopo tre giorni Francesca ha il biglietto in tasca e parte alla volta dell’isola, dove si fermerà quattro mesi: “Appena arrivata vedo la casa che spunta sopra i 300 gradini e capisco che lì ogni cosa ha un valore diverso, perché te la devi conquistare”. Sull’isola ci sono quattro volontari e il clima è accogliente: per il compleanno di Romi, una ragazza olandese, le hanno costruito un’amaca sospesa a sette metri di altezza e fatta con il materiale trovato sulla spiaggia: resti di reti da pesca, legno, galleggianti. “Era spaventosa e bellissima, ci salivamo uno alla volta per paura di cadere. Romi si era commossa perché sapeva che era costata tanta fatica. Abbiamo iniziato a suonare e anche se era mezzanotte il cielo era viola e la sensazione era di stare in un posto magico dove persone diverse e lontanissime cercavano un senso nel mondo”.

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La vita sull’isola non è facile: la giornata è costruita sul rendere possibile operazioni che tutti consideriamo scontate, come bere acqua pulita, lavarsi, cucinare, portare via la spazzatura, fare la spesa. La maggior parte del cibo viene per forza fatto sul posto, a mano: il pane si prepara con la pasta madre che ha anche un nome: Ragnar. Per le verdure c’è l’orto che però va coltivato, lì ci sono anche la frutta – fragole in particolare – e le erbe per le tisane. Il rabarbaro viene trasformato in marmellata. Anche il mare dà il suo contributo: ogni giorno si raccolgono lumachine e si pescano merluzzi. La sera si sistemano le trappole con delle teste di pesce marcio e la mattina si raccolgono decine di granchi, che però vanno poi puliti “anche se piove a dirotto e per farlo ci vogliono magari due ore”, spiega Francesca, “il pesce si pulisce su un banchetto di legno al molo e i resti che non sono in nessun modo utilizzabili si lanciano ai gabbiani, che li afferrano al volo”.

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A luglio e agosto i volontari sono anche dodici contemporaneamente: Elena mette anche annunci per dei lavori di fatica perché deve costruire una scala di roccia che dalla casa porta ai bagni esterni (quelli senza acqua ma con solo la segatura) e arrivano un gruppo di uomini che passano le giornate a spostare massi da venti chili. “Una volta ero in cucina e ho sbuffato perché non ne avevo voglia ma Romi mi ha fermata subito e mi ha detto hey, sei tu che decidi quanto stressarti in una cosa e secondo me dovremmo decidere che in questa cucina non c’è stress. La cosa ha funzionato. Vivere sull’isola è stata una piccola palestra: ho iniziato a credere in me stessa perché vedevo che il mio impegno e la mia passione erano apprezzati. Da Elena ho imparato a non mollare mai, che abbiamo infinite possibilità e bisogna solo imparare a metterle a fuoco. E che non è mai troppo tardi”.

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“Quando sei su un’isola e vedi arrivare una barca è un’emozione molto bella, quasi primitiva”. A volte Francesca stendeva una coperta sul prato e si metteva a scrutare l’orizzonte aspettando un segnale. Un giorno è arrivato un piccolo veliero di legno e sono tutti corsi giù per i trecento gradini per andare ad accogliere i viaggiatori. Qualcuno si fermava per il pranzo o la sera, altri visitavano l’isola e se ne andavano. In quel fazzoletto di natura incontaminata si potevano incontrare lontre, visoni e foche. Nel cielo erano le aquile a farla da padrone, insieme ai gabbiani. Guardando il mare era più facile vedere passare un’orca piuttosto che una nave. Chiediamo a Francesca se è vero che per cambiare si deve andare lontanissimo. Lei sorride e ci dice che “tutto quello che vuoi lasciare te lo porti dietro, però la distanza aiuta a cambiare prospettiva”. In un posto come quello ci arrivi solo se vuoi arrivarci e per farlo devi avere buoni motivi: “Elena diceva che tutti arrivavano in cerca di qualcosa, come se l’isola fosse un catalizzatore di persone che stavano affrontando un cambiamento nella vita. La sensazione è che quel posto fosse già dentro di te, prima ancora di metterci piede”. E tornare a casa? “Sono partita quando ho capito che era il momento di farlo. L’isola mi manca. Qui ho trovato lavoro in un ristorante e sono molto felice. Se non avessi fatto questo viaggio non avrei fatto chiarezza dentro di me su quello che voglio dal futuro e non avrei capito quanta passione ho per la cucina. Per scoprire le mie radici, da modenese e rezdora (donna emiliana che storicamente gestisce la casa e si occupa con amore della cucina), sono dovuta andare dall’altra parte del mondo”. Su un’isola lontanissima.

Anna Ferri

Foto di Francesca Zanetti

In bici vai piano e raccogli pezzi di storia

di Anna Ferri

Ermanno pedalava veloce come la storia, sugli stretti sentieri degli Appennini, in quelle giornate che avrebbero segnato la fine di un’epoca e anche della sua fanciullezza. Era il 1939 ed Ermanno era solo un diciannovenne con i pantaloni alla zuava e la voglia di vincere le gare in bicicletta.

Qualche anno dopo, quello stesso ragazzo sarebbe stato travolto dalla seconda guerra mondiale, prima come soldato dell’esercito e poi da partigiano, avrebbe scoperto la passione politica e civile e diventato quell’Ermanno Gorrieri parlamentare della DC, per pochi giorni anche ministro del Lavoro nel governo Fanfani, che poi ha fondato il sindacato Cisl e contribuito alla nascita dei Democratici di sinistra. In quei giorni lontani, però, tornato a casa dopo aver pedalato per chilometri con l’entusiasmo di chi si appresta a conquistare un pezzo di mondo, tirava fuori un grande quaderno e disegnava con la matita i percorsi fatti, appuntando sulla carta quelle sensazioni che l’aria fresca dei boschi gli aveva incollato al viso.

mappa quinto giro

Settantacinque anni dopo, sua nipote, Giulia Bondi, giornalista e cicloturista, decide di salire in sella alla sua bici e seguire quelle mappe scritte a matita, in un viaggio dove la ricerca personale si fonde con quella storica, dove seguendo le tracce del giovanissimo nonno cerca di scoprire qualcosa di se stessa. Il quaderno, a dire il vero, lo aveva trovato circa dieci anni prima, quando Ermanno morì. Allora, però, Giulia non aveva ancora la passione per la bicicletta e quindi la cosa le era sembrata interessante ma non così affascinante. Era il dicembre 2004. Nei dieci anni successivi succedono un po’ di cose che le fanno rivalutare quel materiale, la prima e più importante è che una sua amica le propone un giro in collina in bici: Giulia si presenta con una vecchissima bicicletta scatenando l’ilarità dell’amica, che le presta una delle sue, e così lei capisce che ci sono tanti modi di andare in bici. Giulia inizia a pensare che le due ruote sono perfette perché “vai piano piano e vedi tante storie sulla strada e puoi fermarti a raccoglierne le tracce”. La bici, comunque, è una questione di famiglia: la bisnonna Maria, per esempio, andava tutti i giorni in bicicletta per quattordici chilometri da Modena a Magreta, in campagna, dove faceva la maestra. Una cosa che all’inizio del Novecento faceva anche un po’ scandalo, perché la bicicletta da una parte era un simbolo di indipendenza e dall’altra costringeva le donne a sollevare un po’ la gonna. Lei però non fece caso alle chiacchiere e continuò a pedalare con la stessa sicurezza di quando disse a suo marito, contadino, che tutti e quattro i loro figli – quindi non solo Ermanno e il fratello, ma anche le due ragazze – si sarebbero laureati.

timbri dei rifugi alpini sui passi

L’avventura di Ermanno inizia nel 1939 quando, racconta Giulia, “era presidente di un’associazione cattolica e neanche troppo antifascista. Molti del suo gruppo, però, ad un certo punto andarono nella Brigata Italia – di cui lui divenne comandante – rivelandosi antifascisti nei fatti. Mio nonno era un giovane appassionato di sport, viaggi e un po’ esaltato. Nei suoi appunti descrive queste gare a Serramazzoni e Fiumalbo e la cosa che gli interessava di più era vincere”. Il primo viaggio Ermanno lo fa con un amico di nome Oddo, che poi diventa cardinale. Alcune tappe invece lo vedono al fianco di Claudio Corni, che nella primavera del 1942 venne dato per disperso ed Ermanno quando entrò nei partigiani, dove per proteggere amici e famiglia non veniva usato il vero nome, decise di prendere quello di Claudio come nome di battaglia. Ogni pedalata è un pezzo di storia, nei viaggi del giovane Ermanno. “Mio nonno usava la bicicletta non solo per spostarsi ma anche come mezzo di scoperta del mondo. Quando ho capito questo – spiega Giulia – io e il mio compagno Glauco Babini ci siamo messi in sella e siamo partiti”. Nasce così cicloturista partigiano, il progetto che ha portato Giulia alla scoperta di un pezzo di Italia, di storia e di tanti frammenti di resistenze quotidiane – perché anche oggi ogni giorno ci sono persone che lottano per i diritti civili e la libertà – il cui racconto presto prenderà forma anche fuori dal web.

pordoi

Giulia ha diviso i sei giri di Ermanno in due grandi itinerari: uno ad agosto sulle Dolomiti e uno a ottobre sugli Appennini: “Mio nonno aveva vent’anni mentre io ne ho quasi venti di più: per ogni sua tappa ci ho messo il doppio del tempo. Sulle Alpi ho fatto una parte che lui non era riuscito a percorrere a causa del maltempo e nel suo quaderno l’itinerario era tratteggiato. Vedere quello che lui non ha visto è stato emozionante”. Giulia ha osservato le tracce del passaggio della linea gotica e dello scontro con i tedeschi che, vedendosi mancare il terreno sotto i piedi, si sono vendicati sui civili durante il secondo conflitto mondiale; ha visto le lapidi che hanno segnato la grande guerra sulle Dolomiti; fino a tornare indietro al cammino di Garibaldi, che nel 1848 perde la Repubblica Romana e va verso nord a Venezia inseguito da tre eserciti.

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In Appennino, invece, la Storia si è intrecciata alle storie delle persone che hanno incontrato lungo la strada e che spesso l’hanno ospitata per la notte, come “a Firenze abbiamo dormito da un amico nel quartiere Isolotto, dove don Enzo Mazzi, prete illuminato, solidarizzò con i cattolici che non si riconoscevano nella politica democristiana e nel 2009 ospitò Beppino Englaro”. Un po’ come aveva fatto Ermanno prima di lei – perché se l’itinerario era molto preciso, della parte logistica l’unica traccia è una lettera di raccomandazione di un prete per trovare alloggio presso una parrocchia nella provincia di Lucca – Giulia ha trovato ospitalità grazie al passa parola sul web e si è vista aprire la porta di casa da amici di amici di amici ed è riuscita a dormire anche in alcune parrocchie e associazioni: “Grazie a tutte le persone che mi hanno accolta sono venuta a conoscenza di tante storie, come quella della Fiera delle Donne di Urbania, dove le giovani in età da marito arrivavano agghindate dalle colline dei dintorni per cercare uomini degni di sposarle. Tornati a casa abbiamo scoperto che anche la zia di Glauco era una di loro”. Un viaggio tra passato e presente dove i quaderni ora sono due – quello di Ermanno e quello di Giulia – e dove le fotografie si confondono tra paesaggi e pose simili di nonno e nipote, uniti nel percorrere insieme quel pezzo di strada che porta all’età adulta.

ciclo

I viaggi di Ermanno sono solo sei perché a un certo punto decide di arruolarsi nell’esercito, rinunciando al rinvio per motivi di studio – frequentava la facoltà di chimica – perché gli amici andavano in guerra e quindi parte anche lui. Il racconto dettagliato dei viaggi Giulia lo trova in una lunga lettera dell’estate del 1942, quando suo nonno era ricoverato all’ospedale militare e trova quindi il tempo di scrivere agli amici, specificando però che quella corrispondenza la rivoleva indietro per tenerla nei suoi ricordi personali, a futura memoria. Come faceva Ermanno, appena ventenne, ad avere questa consapevolezza del suo ruolo nel mondo? Cosa ha trasformato un giovanotto interessato alle corse in bici in uno dei protagonisti della politica del Novecento? “Salendo in bicicletta mi sono messa alla ricerca delle tracce di quella maturazione che avverrà poi nel corso della lotta partigiana e si trasformerà in quell’impegno politico e civile che andrà avanti per tutta la vita”. E per una volta, sorride Giulia, non sono io la più giovane dei due. Già, perché con suo nonno aveva già lavorato fianco a fianco alla stesura di un libro nato da una ricerca sulla Repubblica di Montefiorino: “Un giorno a tavola dissi che lavorare nella redazione di un tg significava fare riassunti. Qualche giorno dopo mio nonno venne da me e mi chiese ma questa cosa dei riassunti? Così iniziammo a lavorare insieme per trasformare la sua ricerca in un libro. Io avevo 28 anni e lui 84. Oggi, io ne ho 38 e lui 20”.

Anna Ferri

A nord del confine, a est del sole

Si viaggia per allargare i propri confini, geografici e dell’anima. C’è chi è salito in bicicletta e ha deciso di attraversare continenti per raggiungere il tetto del mondo e chi le sue avventure è riuscito a trasformarle in un lavoro. Qualcuno ha sfidato le proprie capacità fisiche e altri i pregiudizi. E quando si rientra a casa, tornare alla propria vita non è facile. Perché qualcosa, dentro di te, cambia per sempre.

di Franco Giubilei, Lucia Maini, Martino Pinna

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