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Eh sì, tutto cambia, perfino in una delle ultime roccaforti “rosse” dell’Emilia, Modena, che per la prima volta nella sua storia vedrà andare al ballottaggio il candidato sindaco del partito che governa la città dalla notte dei tempi. Quel che sta accadendo è una specie di telenovela di provincia, un romanzo popolare, che però racconta di un pezzo d’Italia che, lentamente e faticosamente, sta cambiando. Tutta la storia spiegata a chi di Modena non è, ma che qui può trovarvi una vicenda-simbolo dell’intero Paese, in bilico tra passato e futuro. Una co-produzione Converso e Q Code Magazine.

Di Davide Lombardi, Anna Ferri, Giulia Bondi, Davide Mantovani.

VIDEO / LO STRAPPO


Il candidato sindaco del PD, Gian Carlo Muzzarelli, dovrà misurarsi al ballottaggio del prossimo 8 giugno con l’esponente del M5S Marco Bortolotti. Lo farà dall’alto del suo 49,7 per cento ottenuto al primo turno. Un risultato eccellente ma che a Modena rappresenta un campanello d’allarme. Ecco perché una quasi vittoria sembra più una grande sconfitta.

REPORTAGE/ Anche i ricchi piangono

La sera del 26 maggio, a spoglio ultimato, nessuno si è presentato sul palco allestito in Piazza Grande, cuore di Modena, per festeggiare il nuovo sindaco. Gian Carlo Muzzarelli, candidato del PD – erede del partito che qui governa ininterrottamente dal dopoguerra – per la prima volta nella storia di una delle città simbolo dell’Emilia “rossa”, non ha raggiunto la maggioranza assoluta. Col 49,71 per cento delle preferenze dovrà andare al ballottaggio, il prossimo 8 giugno, contro il candidato del Movimento 5 stelle, Marco Bortolotti, fermatosi poco sopra il 16 per cento. Quello di Muzzarelli, che in città viene dato come sicuro sindaco al secondo turno, è un risultato che ovunque verrebbe considerato a dir poco eccellente. Anche in considerazione del fatto che altre due liste civiche, presentatesi con propri candidati alternativi alla coalizione capeggiata da Muzzarelli ma chiaramente d’area, insieme hanno raggiunto oltre l’11 per cento. Voti non automatici al ballottaggio, ma difficile pensare che l’8 giugno non convoglieranno almeno in parte sul candidato Democratico. Che dunque, dopo le fatiche di una lunga campagna cominciata nel gennaio scorso, dovrebbe in teoria poter dormire sonni tranquilli. Ovunque, ma non a Modena. Perché sotto la Ghirlandina, la torre che da più di ottocento anni troneggia sulla città, questa temporanea sconfitta sul filo di lana rappresenta la fine di un’epoca. E soprattutto, il segnale delle difficoltà crescenti di un partito (che qualcuno qui chiama ancora “partitone” dai tempi del defunto PCI) arroccato – secondo i suoi critici – nella difesa dello status quo e poco capace di interpretare la voglia di rinnovamento, forte tanto quanto la paura di cambiare, che aleggia in città. Una città, Modena, ancora ben più ricca della media nazionale, e che forse proprio per questo fatica più di altre a tradurre la crisi in una spinta al cambiamento. Una ricchezza costruita dal dopoguerra, attraverso quel “modello emiliano” che il giornalista e scrittore Edmondo Berselli sintetizzava così: “Se apre un cazzo di fabbrica – disse Rubes Triva, grande sindaco di Modena degli anni ’60-70 in un animato incontro con i sindacalisti della Cgil, “il socialismo avanza più di quando una fabbrica chiude…”. Oggi, il partito che ha governato per anni, contribuendo a costruire quella ricchezza, mostra le sue crepe, in controtendenza rispetto al successo nazionale del Pd renziano. Un naturale impoverimento della classe dirigente dopo settant’anni di potere ininterrotto o un’incapacità di leggere il cambiamento della società e del territorio?

Don Camillo non veste Prada

Una storia di provincia. Di quelle che solo all’apparenza sfumano appena fuori i confini geografici della città. Una storia assai intricata, fatta naturalmente di personaggi da romanzo tra protagonisti e comparse, ripicche personali e politiche, diffidenze mai superate tra (ex) comunisti e cattolici (e le loro aree sociali ed economiche di riferimento) che rimandano inevitabilmente agli stereotipi emiliani per eccellenza. Anche se qui il Don Camillo di turno ha l’espressione severa e un po’ démodé (almeno fino al deciso cambio di look a fini elettorali) della grande sconfitta alle primarie Dem del 2 marzo scorso. Appuntamento che, in una città sostanzialmente monocolore come Modena, dovrebbe designare in anticipo il futuro sindaco. Francesca Maletti – per dieci anni assessore alle Politiche sociali della giunta del sindaco uscente Giorgio Pighi, ma soprattutto esponente di punta dell’area cattolica, dalle Acli alla Caritas – è stata la grande sconfitta delle primarie. Osteggiata dai vertici del partito, o quanto meno “non supportata” (da quando Pierlugi Bersani ha sdoganato la “non vittoria” alle Politiche del 2013, ci son molti modi per raccontare di un bicchiere mezzo vuoto) la renziana Maletti ha rotto gli indugi con largo anticipo, a settembre dell’anno scorso, lanciando la propria candidatura alla poltrona di primo cittadino. Una candidatura autonoma. Anzi, di più: anomala. Se non altro perché nient’affatto concordata, non tanto con i vertici cittadini e provinciali del PD, ma con i veri due uomini forti del partito a Modena, il deputato renziano della prima ora Matteo Richetti (soprannominato dal giornalista del Carlino Leo Turrini con felice intuizione il “Kennedy di Spezzano”, dalla frazione di Fiorano in cui vive) e il segretario regionale (ex bersaniano doc, ma in seguito convertitosi al renzianesimo al punto di dirigere la campagna delle primarie nazionali nel dicembre 2013 dell’ex sindaco di Firenze) Stefano Bonaccini. Quest’ultimo soprannominato, con buona dose di acidità, “Godot”. Per anni sindaco in pectore destinato alla successione di Giorgio Pighi, senza aver mai sciolto veramente la riserva (sì, ni, forse, lo farò sapere domani) Bonaccini ha definitivamente rinunciato all’investitura solo nel dicembre scorso, accettando l’offerta di Renzi di ricoprire l’incarico di responsabile degli Enti locali nella segretaria nazionale. Va detto però, che per Bonaccini potrebbe non essere l’ultimo giro di giostra, considerato che è tra i sicuri papabili a succedere al governatorissimo Vasco Errani che, l’anno prossimo, dopo quindici anni di onorato servizio in Regione, cederà lo scettro del comando a un “giovane”. L’ex DS Bonaccini appunto, o il cattolico ex Margherita Richetti – che dalla sua ha il fatto di essere un fedelissimo (un po’ decaduto nei favori del premier, a dire il vero, dopo che la corte renziana si è considerevolmente arricchita) fin dai tempi in cui Renzi lasciava intuire di mirare in alto, ma giurava e spergiurava che avrebbe fatto un secondo mandato come sindaco di Firenze – o il sindaco di Imola Daniele Manca, anch’egli ex DS. Perché questa lunga digressione? Lo capiremo presto. Ma torniamo a noi, alla gucciniana “piccola città, bastardo posto”. Che dopo la rinuncia di Bonaccini si ritrova in pista come possibile candidato la Maletti, alla quale si è aggiunta da poco un altro assessore della giunta Pighi, Adriana Querzé, titolare dell’Istruzione, direttrice didattica vicina alla sinistra PD e a SEL. Nel frattempo Maletti ha incassato il tardivo (e perciò entusiastico) endorsement di Richetti (“Francesca non è il rinnovamento, è la rivoluzione per la città di Modena”) – anch’egli a lungo corteggiato per salire sulla poltrona di primo cittadino senza esserne mai veramente tentato – ma non certo l’investitura dell’altro big, Bonaccini, e men che meno l’appoggio dei due nuovi segretari, cittadino e provinciale, neoeletti. Entrambi di area ex DS. Il primo, Andrea Sirotti, soprannominato da quelli che non l’hanno in particolare simpatia “Suslov”, dipendente del partito, viene confermato segretario nel novembre 2013 dopo aver tenuto per qualche mese l’incarico pro-tempore a seguito delle dimissioni del predecessore Giuseppe Boschini, con 82 voti favorevoli, 16 contrari, 24 schede bianche. Non proprio un plebiscito bulgaro nonostante la sua sia l’unica candidatura sul piatto. Segretaria provinciale invece viene eletta Lucia Bursi, ex DS, sindaco di Maranello (fino al 25 maggio scorso), dopo aver sconfitto alle primarie per la segreteria l’allora sindaco di Soliera, Giuseppe Schena, cattolico ed ex Margherita (per la cronaca, qualche giorno fa salito sulla poltrona della presidenza della Fondazione Cassa di risparmio di Carpi poche ore dopo aver consegnato quella di sindaco al successore). Vicinissimo a Bursi è il senatore Stefano Vaccari, anch’egli ex DS, messosi in luce per l’opera da assessore provinciale nella lunga stagione del terremoto nella Bassa modenese, ma di certo un gradino sotto, come peso politico, rispetto ai due big Bonaccini e Richetti. Tutti e due i neoeletti hanno una caratteristica in comune: appartengono alla minoranza nel Partito Democratico nazionale. Dal punto di vista “correntizio”, vengono da una doppia sconfitta. Prima bersaniani, hanno sostenuto alle primarie nazionali dell’8 dicembre Gianni Cuperlo, travolto da Matteo Renzi anche nelle preferenze degli elettori modenesi. Loro sono stati eletti nei congressi che hanno preceduto di qualche settimana le primarie. Ma a votarli sono stati i tesserati Pd, che a Modena città sono circa 3.000 (12 mila in tutta la provincia), non gli elettori. Insomma, la vecchia guardia del partito con una età media che possiamo eufemisticamente definire “altina” a dimostrazione della difficoltà di rinnovamento del partito e del suo scarso appeal sui giovani.

L’annus horribilis del Pd modenese

E’ Natale, ma sotto l’albero il PD modenese si ritrova un bel pacco regalo di nodi irrisolti in vista delle amministrative di maggio. Due autocandidature sgradite, Maletti e Querzé, entrambe ritenute incapaci di “fare sintesi” – non solo tra le due anime del partito sempre più spaccate -, i due big in una fase non esattamente idilliaca del loro rapporto, due segretari di partito non proprio solidissimi politicamente. Ma ecco che con l’inizio del nuovo anno, dal cilindro esce la candidatura che, almeno per Bonaccini (e probabilmente Errani, più scettico invece Richetti), dovrebbe incarnare l’uomo giusto al posto giusto. L’agognata “sintesi”. E’ un errore, ma lo si capirà solo dopo. Originario dell’Appennino, Gian Carlo Muzzarelli non rappresenta certo lo Stil novo renziano. Prima nel PCI, poi nei DS, è in politica da quasi 40 anni. E’ stato sindaco del suo paese d’origine, Fanano, per dieci anni dal 1980, poi assessore provinciale, infine assessore regionale alle Attività produttive, incarico dal quale non si è ancora dimesso in attesa dell’esito del voto modenese. A lungo considerato il delfino di Errani, destinato a prenderne il posto nel 2015, ha perso ogni speranza dopo la caduta di Bersani e l’ascesa di Renzi alla segreteria nazionale. Insomma, il suo treno è passato. Muzzarelli, politico di lungo corso ma considerato perfino dai detrattori un buon amministratore, lo sa. E accetta, con spirito di servizio ma non certo saltando di gioia (la supposizione è nostra), di scendere nell’agone modenese. E’ lui il vero sfidante della Maletti, la versione 2.0 di Peppone che il partito – area DS – contrappone alla straripante Don Camillo in versione femminile. Velocemente, per non complicare ulteriormente, segnaliamo l’aggiunta della candidatura di Paolo Silingardi in rappresentanza di Modena Attiva, movimento ambientalista interno al PD (ma molto critico verso la dirigenza locale e l’amministrazione comunale nonostante il suo passato di assessore a fine anni ’90), e lo sfilarsi di Adriana Querzé, ufficialmente perché le primarie, invece che di coalizione, “sono di partito” afferma. Arriviamo rapidamente alla conclusione. Le primarie cittadine si tengono domenica 2 marzo. I voti validi sono 12.609. Gian Carlo Muzzarelli vince con 6.093 voti, Francesca Maletti ne raccoglie 5.382 e Paolo Silingardi si ferma a 1.134. Vicenda conclusa? Macché, invece è il segnale che scatena l’inferno. La Maletti fa ricorso contro il voto per presunte attività al limite del lecito nei seggi con stranieri portati a votare “a pagamento” (la commissione provinciale di garanzia del partito lo respinge e lei si rivolge al garante nazionale), chiede le dimissioni di Bursi e Sirotti da lei considerati non propriamente super-partes, minaccia di lasciare il partito e mettere in piedi una propria lista, attacca Muzzarelli non riconoscendo la sua vittoria. Dal canto suo, il vincitore controricorre e contrattacca. E’ il caos. Il partito si spacca in due e per un mese i duellanti – e con loro i panni sporchi di tutto il PD – finiscono su tutte le prime pagine dei giornali locali.

“Essere insieme è sempre meglio che stare da soli”

Solo dopo venti giorni abbondanti e vari incontri infruttuosi, in vista delle sempre più prossime elezioni del 25 maggio, arriva l’accordo, dal vago sapore dei separati in casa, salutato da Muzzarelli con un laconico “Essere insieme è sempre meglio che stare da soli”. Siamo ormai alla cronaca di pochi giorni fa. Muzzarelli, sostenuto da una coalizione che comprende Pd, Sel, Pdci, e le liste Centro Democratico e Moderati, per la prima volta nella storia delle amministrative a Modena, non vince al primo turno, raccogliendo 47.492 voti, il 49.71 per cento. Il Partito Democratico, rispetto alle concomitante elezioni europee, raccoglie a livello comunale circa 10 mila voti in meno, 43.161 contro 53.736. Voti che incassa in parte Adriana Querzé, che nel frattempo si è candidata con una propria lista “Per me Modena” che raccoglie 6.755 voti (pari al 7.07 per cento), in parte un altro candidato di area Pd, Antonio Montanini, con la sua lista civica “Cambiamodena” (voti 4.133 pari al 4.32 per cento). Non mancano anche i voti disgiunti che penalizzano Muzzarelli e portano al ballottaggio con 15.605 voti raccolti, pari al 16.33 per cento, l’esponente del Movimento 5 stelle, Marco Bortolotti, impiegato informatico, mai assurto prima d’ora agli onori della cronaca politica locale. In città, naturalmente, la vittoria al secondo turno di Muzzarelli viene data per scontata. Ma anche in caso di successo, la strada futura di Muzzarelli appare tutt’altro che spianata. Il partito resta spaccato in due. A Modena, la “fusione a freddo” tra i cattolici provenienti dalla Margherita e gli ex Ds è sempre stata precaria più che altrove e oggi emerge in tutta la sua virulenza. Se poi pensiamo che l’esplosione di Renzi ha ulteriormente scompaginato le carte aggiungendo un’ulteriore dicotomia – trasversale rispetto alle vecchie appartenenze – tra Nouvelle vague e Vecchia guardia, il quadro appare abbastanza completo. I veri problemi per Muzzarelli cominceranno dal giorno dopo l’elezione. Non tanto, non solo, per le problematiche amministrative che come ogni sindaco si troverà davanti in una stagione in cui i trasferimenti ai comuni sono ridotti all’osso e fare il primo cittadino più che un’attività da notabile è sempre più un faticoso lavoro da manovale, ma perché dei 19 consiglieri Pd che probabilmente (bisogna attendere l’esito finale del ballottaggio per avere numeri certi) faranno parte del consiglio, almeno nove fanno capo a Maletti che, tra l’altro, ha battuto ogni record precedente con le sue 2540 preferenze personali raccolte. La sua sarà ben più che una presenza di peso in Consiglio (e, sicuramente, anche nella Giunta nella quale verrà inserita), ma un vero e proprio contro-potere rispetto a Muzzarelli. A questo punto, la domanda che si pone è la seguente: ma l’annus horribilis del Pd modenese è stato quello che si concluderà il prossimo 8 giugno o sarà quello che comincerà dal giorno dopo?

Premiata ditta Matteo & Renzi

Va da sé che le difficoltà, la crisi, del Partito democratico modenese non è solo una storia di persone e “personalismi” (peccato capitale nell’Emilia rossa dove le capacità e le personalità individuali possono esprimersi solo se rigorosamente poste a servizio della “ditta”, come amava definirla l’ex segretario Bersani) ma il segno dell’accelerazione di un processo di cambiamento che perfino una roccaforte storicamente “fedele alla linea” come Modena sta vivendo. E non è solo una storia modenese. Perché racconta dello smarrimento di un partito profondamente lacerato al suo interno, alla costante ricerca di una identità dopo i cambiamenti epocali a cavallo del nuovo millennio, e oggi solo in superficie ricompattato dallo straordinario successo – rigorosamente del tutto “personale” dopo che la “ditta”, di suo, ha incassato per anni a livello nazionale solo sconfitte – ottenuto dal neo segretario e Presidente del consiglio Matteo Renzi. Prima sbaragliando ogni avversario nelle primarie dell’8 dicembre scorso, poi con uno strepitoso 40 per cento raggiunto alle Europee che riduce la dissidenza interna, se così la possiamo ancora definire, al peso politico di un lumicino, tenuto in vita a livello nazionale dal solo Pippo Civati (“Sul carro del vincitore non c’è più posto, io resto non-renziano”).

Sopra e sotto il tappeto del vincitore

Insomma, Renzi è l’Aladino che col suo tappeto magico ha fatto volare il Pd, tra l’altro ribaltando nel giro di un anno i rapporti di forza tra ex diessini ed ex Margherita, ma di polvere nascosta sotto quel tappeto ne resta parecchia. A Modena ancora di più, vista la frattura determinata da queste elezioni prima ancora che avessero corso. Frattura che è evidente tra tutte, ma proprio tutte, le varie anime del Pd. Con Muzzarelli, il designato a “fare sintesi”, con una storia personale e posizioni politiche in linea con l’attuale dirigenza locale del partito, ma certo poco adatte a tenere insieme le molte pulsioni che si muovono, esplicitamente o sottotraccia, in città e nel partito stesso. E il polso deciso dell’uomo, certamente superiore a quello accreditato al suo predecessore, il bonario Pighi, potrebbe non bastare a tenere insieme capra e cavoli. Insomma, al momento i fatti dimostrano che la sua scelta potrebbe non essere stata felicissima, anche se il futuro è tutto da scrivere. La sua futura carica di sindaco rompe anche un accordo non scritto tra ex DS e ex Margherita per la spartizione degli incarichi cittadini di peso, le due segreterie e la poltrona di primo cittadino. Incarichi oggi, o nell’immediato futuro se Muzzarelli verrà eletto come probabile, tutti in mano a ex diessini, per di più della corrente di larghissima minoranza a livello nazionale (e cittadino, stando alle indicazioni degli elettori). A una settimana dal voto del 25 maggio, Muzzarelli ha incassato (e ci mancherebbe altro visto il peso di questa città nel panorama emiliano e nazionale) il sostegno di Renzi, atterrato personalmente a Modena per riempire Piazza Grande di bandiere Dem, ma la sua posizione resta politicamente fragile. Tanto più dopo esser stato costretto ad appuntarsi sul petto la medaglia “di legno” di primo candidato Pd ad arrivare al ballottaggio, dopo che cinque anni fa il sindaco uscente, Giorgio Pighi, l’aveva scampata per un pelo, superando il cinquanta + 1 per un pugno di voti. Dirigenti e militanti minimizzano. Anche se un po’ di timore e tremore aleggia nell’aria, in fondo alla sconfitta contro il grillino Bortolotti non ci crede nessuno. I militanti storici, quelli che ancora fanno tengono in piedi le ex feste dell’Unità che generano il principale flusso di cassa del partito, fanno quadrato indicando in Adriana Querzé e la sua lista i colpevoli della mancata elezione al primo turno. Alla Maletti invece, dopo aver subito ogni genere di insulti anche personali durante la lunga crisi pre e post primarie, viene riconosciuta correttezza in seguito all’accordo con Muzzarelli (a parte qualche appuntamento mancato a fianco del candidato, però, a campagna elettorale conclusa). Forse un po’ meno a qualche suo sostenitore, per via dell’alta percentuale di voti disgiunti, indicativamente, 700 a sfavore del quasi ex assessore regionale.

“Ritornare ai fondamentali”

Uno dei grandi vecchi del partito, l’ex sindaco ed ex senatore Giuliano Barbolini, ammonisce: “Che ci fossero delle criticità lo sapevamo, ma adesso il segnale è stato dato e bisogna voltare pagina. Dopo questi eccessi di protagonismi, è tempo che tutti ritornino ai fondamentali”. Tradotto: all’unità del partito. Se non granitica, che quella ormai è un lontanissimo ricordo, almeno formale. Al di là dei sommessi richiami all’ordine, non certo solo di Barbolini, la matassa pare difficile da sciogliere. La debolezza delle attuali segreterie potrebbe non essere un grave problema se fosse compensata da un sindaco politicamente molto saldo. Che però, come abbiamo spiegato, allo stato attuale Muzzarelli non sembra poter essere (sempre ammesso che venga eletto) nonostante sia chiaramente “uomo di potere” che può vantare a livello regionale e anche nazionale relazioni chiave a livello economico e politico, visto l’assessorato che in Regione ha guidato per cinque anni. Ma molto a meno a Modena, città nella quale, al momento, nemmeno risiede. Che oggi l’importanza di un sindaco sia decisiva negli equilibri politici e sociali di una qualsiasi città d’Italia guidata dal Pd, Modena compresa, lo spiega bene Donato Pivanti, ex segretario provinciale della Cgil: “Con l’avvento del partito liquido voluto da Walter Veltroni, per altro interpretando il segno dei tempi, giusto o sbagliato che fosse, il partito e le sue strutture, dalle segreterie ai circoli, si sono progressivamente svuotate delle funzioni originarie di luoghi di confronto politico, centri nevralgici dove le scelte politiche venivano discusse e operate, fino a ridursi in qualche caso a dei meri comitati elettorali. Oggi chi conta veramente non sono più i segretari di partito, ma i sindaci. A loro spettano le decisioni che fanno la differenza a livello locale, non solo dal punto di vista amministrativo”. Ovviamente Pivanti auspica un ritorno a un maggior equilibrio di poteri, alla riapertura di un confronto più intenso con le cosiddette “parti sociali”, anche se la direzione presa da Renzi, proprio rispetto alla Cgil ma non solo, pare indicare un percorso opposto. Staremo a vedere.

Quel gran culo che serve a Gian Carlo

Resta da comporre un ultimo tassello (si fa per dire, questa storia potrebbe essere infinita, così come i tasselli da aggiungere potrebbero essere molti altri; a partire dalle pieghe dell’intricato tessuto di relazioni economiche costruite in settant’anni di storia dal PCI e dal partito suo erede contemporaneo che per convenzione prende l’etichetta di “modello emiliano”). Questo: la crisi del partito modenese, apparentemente in controtendenza rispetto ai successi clamorosi della new wave renziana, che qualcuno già indica come “la nuova DC” per proporzioni e intenzioni, in che misura rispecchia le difficoltà della “rossa” Modena? Di un capoluogo da sempre orgoglioso della propria “petite grandeur” fatta di un benessere diffuso, un welfare eccellente, e la fama universalmente riconosciuta di una città ben amministrata? Parecchio, oltre quello che racconta questo piccolo terremoto elettorale, secondo l’economista dell’Università di Modena e Reggio Massimo Baldini. Che spiega: “Anche oggi, e nonostante la crisi, Modena conserva un reddito medio superiore di circa il 30% rispetto a quello nazionale, ma negli ultimi quindici anni si è assistito a un deciso peggioramento delle condizioni economiche. Sostanzialmente gli ultimi quindici anni possono essere divisi in due: prima della crisi del 2008, abbiamo avuto i redditi fermi, niente crescita. Dopo la crisi le cose sono notevolmente peggiorate invece. Non per tutti naturalmente. E’ piovuto sul bagnato: a pagare le maggiori conseguenze sono stati gli stranieri e i giovani. Mentre altre categorie, come ad esempio quelle garantite dal settore pubblico, oltre che naturalmente chi già prima viveva in condizioni di agiatezza, sono state toccate solo in piccola o in minor misura. Il problema è che una società in cui non c’è crescita diventa una società ingiusta, che produce diseguaglianze. Chi ha meno – continua – è difficile che possa ottenere di più, perché è tutta ridistribuzione. Se in una società ferma, io voglio avanzare, bisogna che qualcuno altro arretri, perché le risorse disponibili sono sempre le stesse”. Il risultato è quello di una scarsa mobilità sociale, oltre che a un progressivo aggravamento delle condizioni di chi sta male e che rischia di stare sempre peggio, fino a sprofondare, con tutte le conseguenze che simili situazioni finisco per produrre non solo a livello personale. “Dal punto di vista politico – continua Bandini – se le cose non vanno molto bene, c’è la tentazione di cambiare. A Modena quindi si scontrano due tendenze: da un lato la sicurezza che le cose vanno ancora meglio rispetto al resto del Paese, dall’altro la consapevolezza che stanno comunque peggiorando. La prima tendenza ovviamente tende a conservare l’esistente, la seconda alimenta la voglia di cambiamento. Quale delle due prevarrà? Ovviamente dipenderà da come andranno le cose in futuro. Quel che è chiaro è che se Modena si fosse trovata in una condizione economica peggiore all’inizio della crisi, oggi probabilmente avremmo già avuto cambiamenti più consistenti”. La vera patata bollente che il futuro sindaco si troverà in mano. A questo punto, per chiuderla con una nota di ottimismo, vista la quantità di situazioni intricate che si troverà sul piatto, non possiamo che augurare al prossimo primo cittadino, chiunque egli sia, di avere un gran culo. Tipo il Modena in serie A e l’Italia campione del mondo, contemporaneamente. Così mi distraggo un po’.

Davide Lombardi

(ha collaborato Giulia Bondi)

FOTO / Settant’anni di una grande piazza

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Storia fotografica di Piazza Grande, cuore di Modena, che negli anni racconta il cambiamento avvenuto nella società modenese. Dalle manifestazioni del PCI, ai raduni cattolici, al pienone del comizio di Matteo Renzi poco prima delle elezioni amministrative. Materiali riprodotti per gentile concessione del sito vitainpiazzagrande.it più alcuni scatti di Davide Mantovani.  VAI ALLA GALLERY