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Una realtà all’avanguardia e non elitaria, dove sono cresciute generazioni di sordi e si è portato avanti un modello di integrazione tra sordi e udenti. Questo è stato per anni l’Istituto Tommaso Pellegrini. Finché questa realtà si è spenta. Come è successo e perché? Abbiamo cercato di capirlo.

di Eva Ferri, Martino Pinna, Davide Mantovani.

VIDEO / IL MONDO DEI SORDI


I sordi si considerano una minoranza linguistico-culturale. La loro lingua, la LIS (Lingua italiana dei segni), infatti non è una semplice traduzione dall’italiano, ma esprime concetti e modi di sentire che appartengono solo alla comunità dei sordi.  La comunicazione non sempre è facile. Il video è sottotitolato in italiano, per attivare o disattivare i sottotitoli cliccare sull’apposito tasto del player di Youtube.

REPORTAGE / Una protesta silenziosa

“Siamo sordi, non sordomuti – puntualizza Antonio, ex studente dell’Istituto Tommaso Pellegrini di Modena – essere chiamati così ci offende”. Non si tratta di un eufemismo: il termine è oggettivamente forviante e, in questo caso, la controversia linguistica mette a nudo una questione cruciale. Un bambino sordo, a prescindere che nasca tale o lo diventi, può imparare a parlare se viene educato e istruito nel modo adatto. Ma se questo non avviene rischia di crescere in una condizione di isolamento che può comportare il mutismo.

“Per evitarlo servono due cose – spiega Simona, un’altra ex studentessa non udente, che oggi lavora come educatrice con bambini sordi – prima di tutto apprendere la LIS (Lingua Italiana dei Segni), poi familiarizzare con la lettura labiale e l’espressione orale”. Le abilità tecniche però non bastano: “è necessario avere sempre un obiettivo in testa – aggiunge Antonio – quello di esprimersi per entrare in relazione con il mondo”.
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Loro, un gruppo di ex studenti ormai adulti, si ritengono immensamente fortunati perché Don Adriano Fornari – l’ultimo direttore dell’istituto, venuto a mancare nell’ottobre 2013 – ha trasmesso loro tutto ciò che è servito per andare oltre il limite e realizzare in autonomia un’esistenza di soddisfazioni. È questo che accadeva all’Educatorio Tommaso Pellegrini di Modena: in quasi 170 anni di attività tantissimi ragazzi sordi, provenienti da tutte le regioni italiane e dall’estero, sono stati istruiti e demutizzati.

Accadeva, sì, perché oggi non è più così: dal 2010 si è infatti innescato un processo senza ritorno, che ha portato gradualmente allo spegnersi di questa realtà che a suo tempo è stata un antesignano dei moderni servizi alla persona. Com’è successo?

Il tempo si è fermato

Inizialmente questo reportage aveva come unico obiettivo quello di raccontare il punto di vista dei sordi, le loro storie di vita e la loro percezione del mondo. Tuttavia, entrando in contatto con la realtà spesso accade di trovarsi di fronte qualcosa di inaspettato e forse più significativo, che va ben oltre i confini dell’idea di partenza.

Antonio, Christian, Katia, Mirko, Simona, Monica e Stefania – accompagnati da Anna, interprete LIS – sono più che disponibili a parlare di sé e a spiegare come fanno a comunicare nonostante la sordità, ma quello a cui tengono davvero è mostrare l’istituto, il luogo dove sono cresciuti e in cui si sono formati.

L’Educatorio Tommaso Pellegrini, fino a quando è esistito, ha avuto sede all’interno di una villa settecentesca circondata da un vasto e antico giardino, nella prima campagna a sud di Modena. Al nostro arrivo alcuni di loro si sono precipitati ad aprire tutte le finestre e ci hanno invitati a entrare in quella che per loro è una seconda casa.

“Dopo la morte di Don Adriano – racconta Mirko – nessuno si occupava più di questo luogo: c’era l’erba alta e le finestre della villa restavano sempre chiuse; così abbiamo deciso di prendercene cura noi”. A piano terra c’è l’ex scuola materna, l’ultima ad essere dismessa. “Ha resistito fino a due anni fa – spiega Simona – ma dopo il terremoto hanno deciso che non andava più bene, anche se la villa è tutt’altro che inagibile”.

Al primo piano, in cima a un’imponente scala di marmo, c’è il salone di rappresentanza, con austeri busti scultorei raffiguranti gli ex direttori, tra cui lo stesso Tommaso Pellegrini; alle pareti antichi dipinti e lapidi con effigi, nomi di personaggi storici e date in numeri romani. Ma non è questo il luogo che sta a cuore ai ragazzi.

Varcata una piccola porta a lato del salone, salendo una scala costellata di foto ingiallite che ritraggono loro, bambini, insieme ai compagni, si accede a un corridoio con cinque porte: le classi di quella che una volta era la scuola elementare, dove centinaia di bambini sordi hanno imparato a parlare.

In ogni classe c’è una piccola cattedra di legno e alcuni banchi colorati in ordine sparso; non più di tre o quattro, “perché era previsto un metodo didattico in piccoli gruppi – spiegano – per consentire a tutti i bambini di apprendere con cura, sulla base dei propri ritmi”.

Guardandosi intorno è possibile riconoscere una realtà che chi è nato dopo gli anni Sessanta non ha mai visto. Un abaco di legno con lettere al posto dei numeri, grandi manifesti ingialliti, e, all’interno di una delle classi, posato su un banco, uno specchio con una cornice di legno verde brillante, utilizzato da una suora che insegnava ai bambini più piccoli a muovere i primi passi nell’espressione orale.

Non c’è un grammo di plastica, come se si fosse improvvisamente tornati indietro nel tempo di almeno cinquant’anni.
Persino il paesaggio fuori non sembra attuale: nessun palazzone, nessuna fabbrica, nessuna antenna o ripetitore. Dalle finestre spalancate si vedono solo campi a non finire e, nelle giornate terse, il Monte Cimone incorniciato negli infissi. Eppure tutto sembra vivo e funzionante, come se i bambini stessero per rientrare da un momento all’altro dalla ricreazione.

Nel nome del padre

All’ultimo piano della villa c’è l’ex convitto, dove un tempo alloggiavano i bambini sordi che venivano da lontano.

“Negli ultimi anni c’erano 15 – 20 alunni sordi – spiega un’ex insegnante – ma all’inizio del secolo pare che fossero molti di più”. È difficile immaginare che la verde e rude provincia emiliana possa essere stata il centro di qualcosa che non fosse la terra, a cavallo tra l’Otto e il Novecento. Eppure all’epoca a Modena esisteva già un istituto per sordi – riservato però alle bambine – fondato da Don Severino Fabriani.

All’età di trent’anni, colpito da un improvviso disturbo, Fabriani perse la voce e iniziò a occuparsi della didattica per sordi. Prendendo contatti con le più importanti scuole dell’epoca – non ultimo il Regio Istituto dei Sordomuti di Parigi – mise a punto un metodo di eccellenza. Fu così che, a quanto pare, in quegli anni Modena iniziò a far scuola, ospitando persino insegnanti d’oltralpe venuti ad apprendere tecniche didattiche d’avanguardia. Un modello che venne presto preso da esempio.

Don Tommaso Pellegrini – poco più che ventenne – restò affascinato dall’opera di Fabriani e decise di aprire nel 1845 l’istituto che ancora oggi porta il suo nome.

Già allora, a quanto pare, quello dei tagli era un problema sentito: il nascente parlamento italiano da un lato propugnava l’istruzione obbligatoria per tutti, ma dall’altro lesinava sulle sovvenzioni per l’educazione dei sordomuti e dei disabili in genere. Un problema che ha attraversato i decenni, fino all’ultimo direttore dell’istituto, Adriano Fornari.

Don Adriano, come Tommaso Pellegrini, iniziò a poco più di vent’anni e come lui è stato un punto di riferimento fondamentale, molto amato, per gli allievi dell’istituto. Per quasi cinquant’anni ha lottato per tenere in vita questa realtà, per includere i bambini più bisognosi, perché nessuno fosse lasciato indietro.

Fin dagli albori l’istituto si è sostenuto e sviluppato non solo attraverso le rette ma anche attraverso fondi e donazioni. In questo modo l’accesso alla scuola era consentito a tutti e non solo a una facoltosa élite. Ma col tempo le cose si fecero più difficili.

L’affievolirsi della capacità di movimento non tolse a Don Adriano lo slancio di prendersi cura dei suoi ragazzi, che tutt’ora lo ricordano come un secondo padre; ma venne inesorabilmente a meno la sua capacità di “portare avanti la baracca” in un mondo burrascoso, come aveva fatto per quasi cinquant’anni.

Due scuole in una: sordi e udenti insieme

Intorno al 2000 Don Adriano Fornari si rese conto che per stare al passo con i tempi l’istituto doveva aprirsi anche ai bambini udenti. Fu costruito a fianco della villa un nuovo edificio destinato ad accogliere un più consistente flusso di iscritti e venne assunto altro personale docente, che affiancasse le Suore del Preziosissimo Sangue di Monza, presenti nell’istituto dal primo dopoguerra.

Erano come due scuole in una: i momenti di studio teorico erano distinti – in funzione dei diversi ritmi e modalità di apprendimento di sordi e udenti – mentre i laboratori informatici, sportivi e artistici, nonché le attività non strutturate e di gioco, erano comuni. In questo modo tutti gli alunni imparavano a stare insieme, alla pari. Agli alunni udenti veniva inoltre insegnata la LIS attraverso laboratori basati sul gioco e sul racconto di favole.

Ancora una volta l’istituto modenese aveva messo a punto un metodo di intervento educativo d’avanguardia, capace di garantire l’effettiva integrazione di tutti i bambini.

Non ricordo di aver mai fatto quattro ore di lavoro al giorno quando lavoravo al Tommaso Pellegrini – racconta un’ex insegnante – entravo alle 8 del mattino e uscivo alle 7 di sera. Le lezioni finivano alle 4, ma poi ci fermavamo a lavorare insieme, progettare, confrontarci, perché lì si stava bene. Ed erano tutte ore non pagate. Con tutto che era faticoso, anche perché a volte con le suore c’erano vedute diverse, non ho mai più lavorato in un posto così.”

Tra l’incudine e il martello

Dal punto di vista della politica economica il Tommaso Pellegrini è sempre stato, per tradizione, una realtà atipica: si trattava di una scuola privata, che tuttavia non voleva essere elitaria. Per quanto i costi siano sempre stati inferiori rispetto alle altre scuole paritarie e nonostante la vocazione ad accogliere coloro che ne avevano più bisogno – talvolta anche a discapito del pagamento della retta – l’istituto risultava comunque più oneroso per le famiglie rispetto alla scuola pubblica. Allo stesso tempo, proprio per la sua natura inclusiva, non corrispondeva a quei requisiti di esclusività che non di rado le famiglie facoltose ricercano per i propri figli.

La scuola poteva quindi contare ogni anno su un modesto ma costante numero di iscrizioni, sottoscritte da genitori soddisfatti e affezionati che in quella realtà atipica avevano trovato un’ottima risposta educativa; gli stessi che da lì a poco sarebbero scesi piazza per protestare contro la sua chiusura.

Nel 2010 erano presenti 140 iscritti – di cui 17 sordi – tra materna, elementare e media. Alla fine di quell’anno l’Educatorio Tommaso Pellegrini venne trasformato in fondazione, mantenendo tuttavia inalterata la fisionomia del consiglio di gestione.

Con le elezioni del nuovo organo direttivo non tutte le figure della precedente gestione vennero confermate. Tra questi anche Don Adriano Fornari, che non fu confermato come direttore. Gli fu concesso però di restare in servizio presso l’istituto a fronte di rimostranze dei genitori, che protestarono contro la decisione del Vescovo di mandarlo in pensione presso la Casa del Clero di Modena.

Al suo posto fu nominato direttore Padre Giuliano Stenico, responsabile del CEIS di Modena. In base a quanto dichiarato in quei giorni, la presidente Alda Baldaccini esprimeva soddisfazione per l’avvenuta nomina del nuovo consiglio, che “sanciva un punto fermo a partire dal quale rilanciare e valorizzare la scuola”.

Come si evince da un’interpellanza parlamentare presentata nell’estate successiva dall’allora deputato della Lega Nord Angelo Alessandri, il nuovo consiglio di gestione riportò l’attenzione su perdite di bilancio già emerse in passato, che sembravano tuttavia risolte con la vendita di immobili di proprietà dell’istituto. Le rette furono quindi equiparate a quelle delle altre scuole paritarie, aumentando sensibilmente e generando un calo drastico delle iscrizioni: su 18 pre-iscrizioni alla scuola elementare per l’anno successivo 16 furono ritirate.

Nella primavera 2011 il consiglio di gestione si dichiarò impossibilitato a svolgere un nuovo anno scolastico per elementari e medie, annunciando così l’imminente chiusura dell’istituto. Avrebbe proseguito solo la scuola dell’infanzia convenzionata con il Comune, una sezione mista – tra udenti e sordi – composta da circa 25 bambini. Per i non udenti che frequentavano le elementari si prospettava un altro anno presso il Tommaso Pellegrini, ad esaurimento del ciclo di studi; mentre i ragazzi delle medie sarebbero stati inseriti in altre scuole, con i ragazzi udenti della classe corrispondente.

I genitori e gli insegnanti insorsero ferocemente, organizzando proteste di piazza e appellandosi alle autorità. La madre di uno studente sordo – Franca Olive – intraprese addirittura lo sciopero delle fame e della sete.

Dopo aver partecipato a tutti gli incontri con la dirigenza e con le istituzioni organizzati dal Codacons, la donna si dichiarò stanca di sentir parlare “i portavoce dei portavoce”: non si sarebbe mossa dai gradini del Tommaso Pellegrini fino a quando qualcuno non fosse venuto a dare spiegazioni chiare e risposte certe. “Da quando mio figlio ha saputo che la scuola rischia di chiudere è nero di rabbia – dichiarò in quei giorni – perché sa che questo posto sa dare delle possibilità a chi non sente: tutti i ragazzi che sono usciti dal Pellegrini oggi lavorano e continuano a frequentate l’istituto, vengono al circolo, si incontrano. È la loro seconda casa”.

In quei giorni si fece avanti una Cooperativa Sociale di Modena, La Carovana, disponibile a gestire la scuola primaria per il successivo anno scolastico. Il passaggio alla cooperativa sarebbe stato tutt’altro che indolore: solo alcune delle insegnanti del Tommaso Pellegrini – già in preavviso di licenziamento – sarebbero state assunte, con contratti di durata annuale, che avrebbero previsto solamente dieci mensilità e uno stipendio di 850 euro, contro i 1.250 che avevano percepito fino ad allora. I genitori videro nella proposta una minaccia, più che una soluzione: una specie di cavallo di Troia, che conteneva in sé tutti gli elementi per far passare lo smantellamento delle attività dell’istituto come una salvezza.

I genitori pronunciarono quindi un categorico no e chiesero pubblicamente alla istituzioni di farsi carico dei costi di gestione per un anno, mantenendo la scuola esattamente com’era, per dare loro il tempo e la possibilità di fondare in prima persona una cooperativa per la gestione dell’istituto.

Circa dieci giorni dopo, in una seduta del Consiglio Comunale, l’allora Assessore all’Istruzione di Modena, Adriana Querzé, spiegò ai genitori e agli studenti intervenuti in aula che la situazione di difficoltà del Tommaso Pellegrini si era determinata a causa di scelte dei precedenti consigli di amministrazione, che avevano portato avanti un’offerta scolastica con servizi molto articolati, a fronte di rette molto basse, agevolazioni ed esoneri dal pagamento. Era stato costituito un organico con docenti e personale ausiliario in numero più elevato di quanto strettamente necessario in base agli alunni iscritti e agli insegnanti erano stati inoltre applicati contratti particolarmente favorevoli sul piano economico. Tale assetto aveva pertanto comportato una lievitazione dei costi di gestione che aveva prodotto uno squilibrio di poco meno di 300.000 euro l’anno.

Pur non avendo debiti, in quanto aveva provveduto a far fronte alle spese con liquidità propria, la fondazione aveva visto esaurirsi la disponibilità economica per continuare a far fronte alla situazione.

L’Assessore Querzé dichiarò inoltre che il Comune – come d’altro canto la Provincia, la Curia e l’Ufficio Scolastico – non ritenevano di dover chiedere un intervento straordinario alla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena o ad altri enti, ma di sollecitare la Fondazione Tommaso Pellegrini a individuare, anche con l’aiuto di soggetti privati, un assetto gestionale e organizzativo sostenibile, che garantisse la continuità della scuola dell’infanzia e la conclusione del ciclo da parte dei bambini della primaria.

A seguito di una complessa trattativa sindacale e racimolato un numero di iscrizioni pari alla soglia minima per l’avvio di un nuovo anno scolastico, La Carovana iniziò quindi il mandato di gestione della scuola elementare paritaria, scongiurando almeno sulla carta la chiusura dell’istituto.

Nell’anno scolastico 2011/2012, nell’edificio di nuova costruzione adiacente alla sede storica dell’educatorio, partirono quindi classi da quindici alunni della scuola elementare per udenti; la scuola media speciale per sordi venne chiusa e gli studenti che la frequentavano furono inseriti in altre scuole insieme ai compagni udenti; in carico alla fondazione restarono la scuola dell’infanzia mista e la primaria speciale per bambini sordi.

Al termine dell’anno scolastico venne rinnovato l’incarico alla cooperativa La Carovana – per sei anni, rinnovabili di altri sei – a cui si aggiunse la gestione della scuola d’infanzia; la scuola elementare per sordi fu invece chiusa per sempre.

Voci in causa

“La scuola per sordi è stata chiusa perché il numero di iscritti era a dir poco esiguo – spiega Alda Baldaccini, presidente della Fondazione Tommaso Pellegrini – nell’anno scolastico 2011/2012 erano infatti solamente sette: 3 delle elementari e 4 delle medie. È stato chiesto un contributo alla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena – continua – per garantire un ultimo anno di permanenza ai primi, che hanno in questo modo concluso il percorso; mentre i più grandi sono stati inseriti nella Scuola Secondaria di I grado Lanfranco di Modena, che già dal passato collaborava con l’istituto, garantendo così una continuità degli insegnanti”.

Secondo Alda Baldaccini la diminuzione del numero di alunni sordi riflette semplicemente una tendenza generale all’inserimento dei disabili nella scuola pubblica. Si tratta quindi di un passaggio fisiologico, che riflette la realtà dei tempi.

Non la pensa nello stesso modo Angelo Alessandri – ex deputato della Lega Nord, attualmente leader del nuovo partito Io Cambio – secondo cui “c’è stata una precisa volontà della fondazione che lo gestiva, in accordo con le istituzioni locali di cui gli stessi membri fanno parte, di lasciare andare la scuola al proprio destino, per favorire un diverso utilizzo del prestigioso patrimonio immobiliare del Tommaso Pellegrini”.

Durante le proteste del giugno 2011 si era diffuso sul territorio modenese il sospetto che, a fronte di uno smantellamento delle attività rivolte ai non udenti, la villa settecentesca di via Contrada avrebbe perso la sua funzione di sede storica dell’istituto e – venendo a cessare le finalità principali della fondazione – a norma di statuto, i beni rimasti sarebbero stati devoluti a un altro ente di formazione. “Il dubbio – spiega Alessandri – era in sostanza quello di una possibile speculazione immobiliare del cospicuo patrimonio del Tommaso Pellegrini”.

Alda Baldaccini dal canto suo declina ogni responsabilità in merito all’ipotesi che la cattiva gestione dell’educatorio abbia contribuito a decretarne la fine, dal momento che tali accuse si riferiscono a gestioni precedenti.

Per quanto riguarda il futuro della villa e dei possedimenti dell’istituto, la presidente garantisce invece che è escluso qualunque tipo di sfruttamento commerciale o edilizio.

La struttura antistante la villa è sempre stata la sede del circolo ENS – Ente Nazionale Sordi – in cui gli ex studenti del Tommaso Pellegrini si ritrovano regolarmente e organizzano attività culturali. La chiusura della scuola per sordi non ha alterato in nessun modo l’accordo per l’utilizzo dello spazio, che è stato al contrario ampliato con l’affidamento di nuovi spazi all’interno della villa, dove sono stati allestiti gli uffici della sede regionale dell’ENS.

“Il Tommaso Pellegrini è un luogo storico, che appartiene alla città e in particolare ai sordi – dice Alda Baldaccini – per questo tutti gli enti si sono impegnati a pensare ipotesi di utilizzo orientate alla partecipazione della società civile, attraverso l’affidamento di spazi in comodato d’uso a organizzazioni sociali e culturali, con un’attenzione particolare all’apprendimento dei bambini.

Per l’avvio di questa nuova stagione di attività sarà tuttavia necessario aspettare la nomina delle nuove cariche del consiglio di amministrazione della fondazione, scadute nel marzo scorso. “Vista la cessazione delle competenze scolastiche – spiega Alda Baldaccini – il Comune e la Provincia hanno chiesto di uscire dal consiglio”. Non è quindi escluso che nei prossimi tempi assisteremo a un nuovo riassetto organizzativo che trasformerà ulteriormente la fisionomia della fondazione. Gli ex alunni del Pellegrini sono ancora preoccupati.

Eva Ferri

FOTO / Primo soccorso per sordi

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Questa fotografie sono state scattate a Modena durante una dimostrazione di primo soccorso dei volontari della Croce Blu ai non udenti del Circolo ENS; durante la giornata, gli operatori e i partecipanti hanno affrontato anche il tema della comunicazione nel caso di una situazione di emergenza.  VAI ALLA GALLERY