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Cinque persone sul tetto di un casolare di campagna sotto il sole d’agosto. Storie di anarchici e punk nella provincia modenese. Di Martino Pinna, Anna Ferri, Davide Mantovani

VIDEO / Da grande voglio fare il punk

La storia della Paolino Paperino Band e il punk a Modena nei primi anni 90 attraverso i racconti di Yana, Fox e Colby.

REPORTAGE / Colby, storia di un anarchico di provincia

La campagna modenese è uno di quei posti dove non trovarsi nel mese di agosto: caldo insopportabile, nemmeno un filo di vento ad asciugare il sudore, la massima è di 35 gradi e l’umidità media 49%. In giornate così ci sono solo due soluzioni: andare al mare – chi può farlo – oppure chiudersi in casa con ventilatore o condizionatore.

Oppure, se siete anarchici, passare la giornata sotto il sole, sul tetto di un isolato casolare di campagna e restarci per undici ore, incatenati, completamente sudati e circondati da polizia e giornalisti.

E’ quello che hanno deciso di fare cinque persone.

Il sole picchia forte. Hanno solo un ombrellone dove mettono al riparo l’acqua, che però finisce presto: un errore strategico. Restano solo delle bottiglie di Schweppes. Non è male, ma ha il difetto di contenere zucchero, di cui le api e le vespe sono golose. Qualcuno si riposa, qualcuno dal tetto scruta l’orizzonte come il capitano di una nave durante una battaglia in un mare in tempesta. E’ Colby.

I centri sociali come sale d’attesa della rivoluzione?

La rivoluzione, diceva qualcuno, non è un pranzo di gala. La rivoluzione, almeno per stasera, è una cena vegana. E’ un venerdì sera di metà dicembre e al centro sociale Libera c’è una raccolta fondi per un’associazione animalista. C’è chi butta legna dentro la stufa e chi prepara i tavoli di plastica dove vanno a finire numerose torte salate. Ricordando quel giorno di agosto Colby si versa un bicchiere di rum e cola, “così sembra solo cola” ride, e si accende una delle tante Marlboro rosse che fumerà nel corso della conversazione.

“Colby ma tu sei vegano?” “No, no” risponde. Ma le cause dei compagni vanno sostenute tutte. Il veganesimo è ormai entrato tra quelle gioiose battaglie che gli anarchici libertari come quelli di Libera portano avanti con fierezza e convinzione, anche qua, nella provincia modenese, dove mangiare carne è più o meno come respirare.

Così, va bene portare avanti le cause dei compagni animalisti o vegani, ma poi lambrusco e tortellini non devono mancare.

Perché la vita dell’anarchico, per come la vede Colby, non dev’essere all’insegna del sacrificio. Non sono francescani. E tanto meno dei martiri votati alla causa. “Per me l’anarchismo è amore e gioia di vivere” dice. “In attesa della rivoluzione, la vita bisogna viverla. Bisogna godere”.

Se pensate che gli spazi sociali autogestiti o centri sociali occupati siano delle semplici sale d’attesa per rivoluzionari che aspettano una rivoluzione che non arriva mai, vi sbagliate. “Il punto è che il mondo che prospettiamo noi lo dobbiamo vivere subito, adesso” dice. Il rischio, altrimenti, è quello di spostare la rivoluzione a “data da destinarsi”, come si dice per i concerti annullati, e farla diventare come il paradiso dopo la morte in certe religioni: ora dovete soffrire e aspettare, ma dopo ne vedrete delle belle.

“Per noi questo spazio vuol dire applicare subito quel tipo di ideali che amiamo, sapendo però che va cambiato l’intero sistema”.

C’è sempre qualcuno più anarchico di te

Colby è un anarchico libertario. La differenza dagli altri anarchici non è così semplice da capire. Al centro c’è la libertà dell’individuo e il rifiuto dell’autorità. Ma anche l’idea che gli individui possano unirsi in libera associazione, senza autorità o gerarchia. Ovvero l’autogestione. Ma per i profani le parole anarchico e libertario sono sostanzialmente dei sinonimi. In effetti già nel XIX secolo, in Francia, quando gli anarchici subirono forti repressioni, iniziarono a definirsi libertari per evitare problemi. E se anarchico era un termine inflazionato all’epoca, figuriamoci oggi.

Se dite a un altro anarchico che Tizio (ad esempio Colby) è un anarchico, ti dirà che lui forse dice di esserlo ma in realtà non lo è. Non lo è abbastanza, non lo è come lui. E’ una regola molto precisa e facile da ricordare: anche se ti dichiari anarchico, c’è sempre qualcuno più anarchico di te.

“Molta gente pensa che gli anarchici siano persone senza regole, ma non è così” dice Colby. “Quello che viene sempre abbinato all’anarchismo è il caos. Mi fa ridere perché per noi l’anarchia è la madre dell’ordine”.

Ad esempio forse non tutti sanno che la celeberrima A cerchiata che compare su striscioni, magliette, zaini, spille, poster e copertine di dischi, rappresenta in realtà due lettere: la A di anarchia e la O di Ordine.

“Il nostro – continua Colby – è vero ordine. È un ordine che non seguiamo perché lo impone qualcuno minacciando una sanzione, ma perché l’abbiamo deciso noi”.

L’anarchia e l’arte della manutenzione dell’impianto idraulico

Colby ha 54 anni, ha un aspetto che ricorda Obelix, il compagno di Asterix, e sostiene di essere sempre stato anarchico, anche se prima dei 16 anni non lo sapeva. Così come non sapeva che anche suo nonno lo era: “Si chiamava Comunardo, e suo fratello Ribelli, io lo chiamavo lo zio Ribelli. Mio nonno era un personaggio strano: si era costruito da solo la sua casa e anche la dentiera che portava in bocca. Non voleva avere niente a che fare con lo Stato. Solo dopo ho capito perché”.

“Solo quando abbiamo scoperto che qui a Modena era nata l’Unione Sindacati Italiani ho collegato il tutto” spiega. “Perfino io che ho sempre avuto un animo ribelle non avevo capito che erano anarchici. Non lo sapevo! Quella parte di storia non mi era arrivata perché ne era stata distrutta la memoria”.

Anni 70. Arriva l’estate in cui Colby aderisce all’anarchismo. Ovviamente non ci sono tessere o moduli da compilare. E’ un’adesione fisica e spirituale, più che formale: “Al terzo anno delle superiori avevo 16 anni e non ho comprato i libri di scuola, perché pensavo che non mi sarebbero serviti. Eravamo tutti convinti che la rivoluzione fosse  imminente. In giro c’erano manifestazioni ovunque, migliaia di persone… anche se poi la maggioranza era a casa ed è quella che ha determinato la nostra sconfitta”.

Poi arrivano le BR, il rapimento Moro, le pistole, l’eroina, i suicidi, gli anarchici arrestati, la musica dance e in poche parole gli anni 80. E per un po’ Colby e gli altri se ne stanno in disparte.

Lui continua a lavorare: fa l’operaio comunale, si occupa di segnaletica, mette i cartelli nelle strade. Poi si ricomincia lentamente con la gavetta dell’attivista anarchico: banchetti, volantinaggio, occupazioni e tetti da aggiustare.

Quella dell’autocostruzione è una delle competenze fondamentali per un anarchico. C’è chi ancora oggi li considera dei terroristi, ma disolito sono persone più vicine al fai da te che alla guerriglia. Se si rompe un rubinetto o un impianto elettrico, gli anarchici se lo aggiustano da soli.

“E’ importante saper aggiustare un tetto o un impianto idraulico. Un posto occupato ti offre possibilità di immaginare sistemazioni, porte e spazi”.

Costruirsi il proprio mondo: non solo con parole e pensieri, ma anche fisicamente, con le mani, martelli, cacciaviti, pale e trapani. Per costruire un piccolo regno a propria immagine e somiglianza, dove le cose funzionino secondo gli ideali dell’anarchismo. Senza gerarchie, senza autorità, con l’impianto di fitodepurazione e i materassi per terra, in stile squat.

E’ quello che hanno fatto 14 anni fa nelle campagne modenesi, in un edificio abbandonato, nei pressi di una frazione che si chiama Marzaglia. Lo hanno occupato e hanno risistemato il tetto, l’impianto idraulico, perfino il pozzo. Hanno piantato alberi e allestito un orto.  Ed ecco perché erano su quel tetto, quel giorno d’agosto. E’ ancora oggi la battaglia di cui Colby e gli altri vanno più fieri.

Quel posto si chiamava Libera e oggi non esiste più.

Se dovete combattere lo Stato ricordatevi di portare molte bottiglie d’acqua

E’ l’8 agosto del 2008. Otto, otto, otto. Cinque persone sul tetto, molte altre sotto, intorno al casolare.

“Per 40 giorni siamo stati sui tetti dalle 4 del mattino a mezzanotte in attesa dello sgombero. Per 40 giorni abbiamo presidiato anche questura, carabinieri, vigili urbani. Sapevamo che sarebbero arrivati”.

Durante il presidio Colby continua a lavorare in giro per la città: pianta cartelli di senso unico, di precedenza, di divieto, come ogni giorno. Quando viene a sapere che lo sgombero è imminente chiama a lavoro e dice che non va. “Noi aspettavamo quel giorno da 5 anni – afferma – per cui in un certo senso è stato anche un giorno di liberazione. Non ne potevamo più”.

La polizia tenta il dialogo, gli anarchici si barricano dentro. Buttano olio nelle scale, per far scivolare i poliziotti, sbarrano i passaggi con materassi, sedie, reti, tutto quello che trovano, e vanno sul tetto.

Colby si incatena. Quando, molte ore dopo, i vigili del fuoco lo trascinano giù, cammina a fatica, ha le gambe intorpidite e commenta: “Mai più una resistenza passiva con una catena al piede, idea pessima”.

L’acqua presto finisce e resta solo la Schweppes, che però attira le api e le vespe. Ogni tanto qualche poliziotto sale sul tetto, viene perfino organizzata una piccola conferenza stampa tra le tegole, sotto il sole. Ma di scendere Colby e compagni non ci pensano proprio. Si alternano momenti di relax e sorrisi, a momenti surreali, in cui forse ci si chiede perché si è lì e non a casa con la faccia incollata al ventilatore. La polizia carica. Qualcuno si fa male, ma alla fine cala la sera sul casolare di Marzaglia.

L’edificio viene sgomberato e buttato giù con le ruspe. Sopra quella macerie, là dove c’era il piccolo regno anarchico con il suo orto, i pannelli solari e l’impianto di fitodepurazione, sorgerà l’autodromo di Modena che, paradossalmente, si definisce “the green circuit”. E’ una sconfitta, ma gli anarchici hanno lottato fino all’ultimo e sono convinti di avere ragione. Quindi, per loro, è una sconfitta vinta.

E oggi? La rivoluzione è a un incrocio

Oggi Libera è un posto diverso: è appena fuori dal centro, fanno concerti e mercatini biologici, pagano l’affitto, sono in regola. “Quel periodo non tornerà mai più” commenta Colby.

Ma subito dopo abbandona il tono nostalgico e spiega che lui, il suo contributo, lo dà ogni giorno lavorando: “Quello che faccio lo faccio per la comunità. Quando metto un cartello in un incrocio, so che nessuno lì farà un incidente. Per me lavorare in Comune significare fare un lavoro socialmente utile.”

In attesa di quella vera, questa è la rivoluzione possibile, secondo lui: quella che ognuno può fare ogni giorno nella propria vita e nel proprio lavoro. E’ questa, in sostanza, la differenza tra lui e gli anarco-insurrezionalisti, per i quali lo scontro con lo Stato è continuo e serrato, senza compromessi. Colby con lo Stato, che non riconosce e non capisce, comunque ci dialoga, finché gli lascia lo spazio per portare avanti il suo modello alternativo di società.

“In una società anarchica ad esempio l’urbanistica sarebbe da rivedere. E’ lì che si vedono le differenze di classe. L’urbanistica è autoritaria… lì si può fare la differenza. Sulla segnaletica non tanto: allo stop che hai il macchinone o il macchinino ti devi fermare comunque.”

Anche a Libera c’era un cartello: “Viale dei ribelli”, diceva. Ovviamente piantato da Colby. La polizia dopo lo sgombero l’ha portato via, non prima di farsi una foto ricordo come i cacciatori con un trofeo di caccia, salvo poi rendersi conto del potenziale boomerang e sequestrare ai fotografi presenti la prova di quel gesto.

Oggi intorno all’autodromo ci sono solo cartelli di divieto e altri cartelli che avvertono che la zona è sorvegliata. L’eco della battaglia è sfumato e forse nessuno l’ha mai sentito.

Martino Pinna

FOTO / Eravamo 5 anarchici sul tetto

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Anarchici ieri e oggi: Colby e la vicenda di Libera negli scatti di Davide Mantovani. Dalla giornata dello sgombero a oggi. VAI ALLA GALLERY