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La natura selvaggia? Al massimo va bene ammirarla in un film. O in una fotografia. E quando un animale libero come l’orsa Daniza si comporta semplicemente secondo natura, crea il caos. Perché la verità è che siamo ormai incapaci di convivere con tutti quei pezzi di ambiente che ancora non si piegano al totale controllo di noi umani.

di Eva Ferri, Isabella Colucci e Davide Lombardi

VIDEO / Le migliori 80.000 amiche dell’uomo


Gli esseri umani, nella propria dimensione sempre più urbanizzata, tendono ad allontanare da sé ogni altra specie che non siano gli animali domestici. Una delle fobie oggi più diffuse è la entomofobia, la paura degli insetti (aracnofobia o paura dei ragni, e apifobia, paura delle api, in particolare) che, annoverando oltre un milione di specie, pari ai cinque sesti dell’intero regno animale, sono i maggiori coinquilini anche nelle nostre città. Eppure l’universo degli insetti è semplicemente affascinante.  A partire proprio dal meraviglioso mondo dalle api che possiamo considerare, a ragion veduta, le “migliori amiche dell’uomo”.  Un video di Davide Lombardi.

Spariti gli animali feroci, sgombrati i terrori del cielo, al confronto piacevoli distrazioni, quale fonte unica di paura non resta che l’uomo.

Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, 1979

REPORTAGE / Civiltà selvaggia

Era la fine degli anni Ottanta quando uscì L’Orso, il film di Jean-Jacques Annaud, la storia di un cucciolo d’orso che ha perso la mamma e del suo incontro con un imponente grizzly braccato dai cacciatori, che lo accoglie sotto la sua protezione. Una specie di favola cruda, priva di dialogo, raccontata in maniera estremamente realistica. Fu un sorprendente successo di pubblico e di critica. Era sufficiente veder passare il trailer  in tv, pochi fotogrammi di questo orsetto – che il regista ha scelto di doppiare con i lamenti e i sospiri di un bambino – in preda alle insidie di una natura immensa e terribile, per ritrovarsi con il fiato sospeso e una gran voglia di entrare nello schermo per intervenire, oppure di cambiare canale.

Tra favole e realtà

E’ la vecchia storia di Bambi, di Dumbo e di Mowgli, le cosiddette favole ecologiche, quelle che iniziano con lo strazio dell’abbandono, ma in cui poi, puntualmente, arriva qualcuno che si prende cura del cucciolo orfano e gli insegna ad affrontare la vita. La morale è sempre la stessa: in natura non esiste crudeltà, se non quella generata dall’intervento umano. Ed ecco allora orsi e pantere che allevano un bambino, leprotti che incoraggiano i cerbiatti a camminare, gatti che insegnano ai gabbiani a volare. Nelle favole non importa che tu sia umano o animale, di una specie piuttosto che un’altra: c’è spazio per tutti, tutti hanno un loro perché e, soprattutto, siamo tutti parte di uno stesso tessuto vitale. Il grande “cerchio della vita” del Re Leone.

Nella realtà tuttavia – soprattutto la realtà dei giorni nostri, in cui il “progresso” è l’ago di una bussola che spesso segna direzioni opposte – le cose si fanno più complicate di così. E allora può accadere che l’uomo, dopo aver alterato il naturale equilibrio del territorio al punto da mettere a rischio la sopravvivenza di alcune specie, decida di tornare sui suoi passi per sistemare le cose. Si richiedono finanziamenti, si costituisce un comitato scientifico e si attende con pazienza di poter comunicare al mondo l’esito della propria bravura. Poi però i conti non tornano: la presenza degli animali implica delle limitazioni all’agire umano. E questo è inaccettabile, inconcepibile: improvvisamente ci si ricorda del perché, tempo prima, si era arrivati alla conclusione che farli fuori, dopo tutto, era un male necessario.

Un caso di isteria collettiva

Emblematico il caso di Daniza, l’orsa morta a seguito di un tentativo di cattura, colpevole di aver scacciato in malo modo un uomo che, per curiosità, si era avvicinato ai suoi cuccioli in un bosco, nel cuore delle Alpi. L’episodio ha sollevato un uragano mediatico che ha frantumato l’opinione pubblica. Quello a cui abbiamo assistito non è stato il classico contrapporsi di due visioni monoblocco: animalisti e ambientalisti contro il resto del mondo. Il dibattito si è sbriciolato in mille di punti di vista in cui razionalità strumentale, sentimenti e ideologie si sono avvicendati fino a perdere quasi di senso. Una cosa è certa: Daniza è diventata un simbolo; ma ancora non è dato sapere di cosa, né perché.

Il dato è che la maggior parte delle persone di fauna selvatica non ne sa un bel nulla. Nelle moderne giungle urbane il rischio non è certo quello di essere sbranati da qualche grande carnivoro e la sopravvivenza dipende piuttosto dalla capacità di rapportarsi correttamente alla macchine, onde evitare di essere coinvolti in un incidente stradale, finire schiacciati da un pressa idraulica al lavoro o trovarsi paralizzati a causa di un’avaria del server. Questo vuoto – mancanza di esperienza o ignoranza, che dir si voglia – ha costituito il terreno fertile, l’occasione per esternare le proprie ansie e la propria rabbia, sotto le mentite spoglie di giudizi universali. Persino voci autorevoli, che hanno detto la loro sulla vicenda dell’orsa Daniza e sul dibattito a tratti isterico che ha generato, dopo aver delineato con lucidità la realtà dei fatti, non hanno saputo resistere alla tentazione di fare parte anche loro di questo carosello, indignandosi contro quelli che si sono indignati, stilando classifiche gerarchiche dei motivi per cui ci si deve arrabbiare o impietosire, o costruendo elaborate e zoppicanti teorie volte a giustificare la solidarietà per l’animale, come proiezione di una rappresentazione umana.

Chi si ricorda di Jurka?

Daniza era stata portata in Italia nel 2000, insieme ad altri nove orsi catturati in Slovenia,  per salvare l’orso trentino dall’ormai imminente estinzione. Il Parco Nazionale Adamello Brenta, con la Provincia Autonoma di Trento e l’allora Istituto Nazionale Fauna Selvatica, diede così vita a “Life Ursus“, un ambizioso progetto di ripopolamento finanziato dall’Unione Europea.

Obiettivo dell’intervento: ripristinare, nell’arco di qualche decennio, la cosiddetta popolazione minima vitale, ovvero il numero minimo di esemplari necessario a scongiurare il rischio di estinzione di una popolazione isolata, quantificato in questo caso in almeno 40 – 50 animali. Prima dell’avvio del progetto è stato fatto un sondaggio di opinione su più di 1.500 residenti e più del 70% si era dichiarato a favore del rilascio dei grandi carnivori. Ciascuno degli orsi è stato dotato di un radiocollare e di altri dispositivi trasmittenti, che consentono di monitorare gli spostamenti degli animali.

In 15 anni dall’avvio del progetto pare non si siano mai verificate aggressioni ai danni dell’uomo degne di tale nome. Nel 2007 c’erano stati alcuni problemi con Jurka, la prima femmina immessa nell’Adamello Brenta: “l’orsa indisciplinata” – come la definì la cronaca – era stata infatti protagonista di incursioni nei centri abitati, a cui si era avvicinata in cerca di cibo, senza tuttavia creare problemi per la sicurezza delle persone. La scarsa diffidenza nei confronti dell’uomo – inspiegabilmente appresa durante il soggiorno trentino – fu comunque valutata come un importante fattore di rischio, destinato a trasmettersi anche ai suoi figli. Jurka fu quindi narcotizzata, catturata, sterilizzata e posta in cattività all’interno di un recinto presso il Santuario di San Romedio; dopo una lunga battaglia animalista, nel 2010, fu infine spostata in Germania, in un’oasi naturalistica della Foresta Nera. Due dei suoi figli, nati nel 2000 e ormai adulti, sono stati uccisi a colpi di fucile rispettivamente in Baviera nel 2006 e in Austria nel 2008. Al momento della cattura l’orsa aveva tre cuccioli di un anno, che furono lasciati a se stessi.

Daniza era un orso bruno, non Winnie the Pooh

Ma torniamo a Daniza. La mattina del 15 agosto scorso, mentre camminava nei boschi di Pinzolo in cerca di funghi, tal Gabriele Maturi l’ha avvistata con i suoi piccoli. Invece di allontanarsi, l’uomo si è nascosto dietro un albero per osservare la cucciolata e l’orsa, avvertendone la presenza e fiutando un potenziale pericolo, si è avventata contro di lui, colpendolo con due zampate e mordendogli uno scarpone, prima di lasciarlo andare.

L’incauta curiosità – costata al cacciatore di funghi alcune lievi ferite, tanto spavento e numerose ingiurie dentro e fuori dal web – ha segnato così l’avvio di un iter processuale che ha condotto nel giro di mese alla morte dell’orsa. La Provincia di Trento ha immediatamente emesso un’ordinanza di cattura, specificando fin da subito che, se l’operazione fosse risultata problematica, non si sarebbe escluso l’abbattimento dell’animale. A confermare per direttissima il provvedimento, una comunicazione del Ministero dell’Ambiente, che non ha tuttavia mancato di sottolineare “l’importanza del programma di ripopolamento degli orsi in Trentino” e di rassicurare in merito alle sorti dei cuccioli di Daniza: “i cuccioli di orso bruno che perdono la madre nella stagione estiva presentano in genere – secondo il Ministero – buone probabilità di sopravvivenza nel medio e lungo periodo”.

L’11 settembre, dopo quasi un mese di latitanza, Daniza è stata sottoposta a un intervento di cattura tramite telenarcosi, ovvero sparandole da decine di metri di distanza con un’apposita pistola carica di sedativo, e non si è più svegliata. La carcassa è stata sottoposta ad autopsia, ma i risultati non sono ancora noti.

Finiti i soldi, finito l’amore

Tecnicamente il progetto Life Ursus si è concluso nel 2004, quando ha ricevuto la seconda e ultima tranche di finanziamenti europei, e – in base a quanto riportato sul sito del Parco Nazionale Adamello Brenta – i risultati sono andati persino oltre le aspettative: oggi, in periodo di tempo inferiore al previsto, il nucleo di orsi è infatti stimato in circa 50 esemplari che si stanno espandendo anche oltre i confini del parco. Ora però, raggiunto l’obiettivo, al Trentino resta da gestire la convivenza con la finalmente ricostituita popolazione ursina locale.

Se da un lato, almeno in una prima fase, la rinnovata presenza dell’orso ha portato alle Dolomiti un indiscusso tornaconto economico, favorendone l’attrattiva turistica – sull’onda della quale sono stati lanciati pacchetti vacanze “a tutto orso” –, dall’altro, il tema dei costi di risarcimento dei danni provocati dai cosiddetti “orsi problematici” ha animato un fervente dibattito politico, diventato nel giro di alcuni anni una priorità nell’agenda degli amministratori locali. La vicenda dell’orsa Daniza, salita come una meteora alla ribalta della cronaca nazionale, risulta infatti assai meno sorprendente se contestualizzata: negli ultimi anni in Trentino si è assistito infatti a una sempre più radicale messa in discussione del progetto di conservazione dell’orso e conseguente riduzione degli interventi di tutela, in favore di ferree – e non necessariamente innocue – misure di contenimento della popolazione.

Le prime proteste: gli orsi non piacciono più

Nel 2012 le prime interpellanze, promosse dall’allora PdL: in dieci anni la Provincia di Trento ha speso 440.000 euro per l’indennizzo dei danni causati dall’orso; di anno in anno i costi si fanno sempre più ingenti. Da un rapporto provinciale relativo al 2012 emerge che gli orsi sono aumentati; nel corso dell’anno gli episodi di danni sono stati 191 e la somma liquidata ammonta a poco meno di 100.000 euro; oltre il 70% dei danni sono stati attribuiti a soli quattro esemplari, tra cui Daniza.

Nell’aprile 2013 l’allora presidente della Provincia di Trento chiede al Ministero dell’Ambiente di ridefinire il piano di conservazione dell’orso bruno nelle Alpi Centro-Orientali, per consentire la “necessaria autonomia operativa nella gestione della popolazione ursina presente sul territorio alpino e in particolare degli orsi classificati come problematici”; la richiesta viene ratificata da Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia autonoma di Bolzano. Nel giro di un mese il Ministero accetta la revisione del protocollo: verranno introdotte regole che consentano di intervenire tempestivamente in caso di orsi dannosi o pericolosi perché eccessivamente confidenti con l’uomo, senza dover rispettare i tempi delle precedenti e più articolate procedure previste da Life Ursus; rappresentanti locali della Lega Nord, del Popolo delle Libertà e del Partito Autonomista Trentino Tirolese – in base a quanto riportato sulla cronaca locale – esultano e rincarano la dose con affermazioni relative alla necessità di catturare gli orsi o abbatterli, perché la gente è terrorizzata, e accusando la Giunta provinciale di non essere intervenuta prima perché schiava di un’ideologia iperambientalista.

Se non sta al posto assegnatogli, l’animale è “problematico”

Nel giugno 2013 un centinaio di persone – pastori e allevatori, sostenuti dalla Lega Nord – manifestano chiedendo l’allontanamento di tutti gli esemplari di orso presenti sul monte Baldo che, a loro giudizio, rischiano di mettere a rischio la sopravvivenza delle attività agricole ed economiche della zona. Nel frattempo continuano a verificarsi episodi di orsi che vengono investiti, provocando danni alle auto – per cui la Provincia di Trento ha stipulato un’apposita polizza assicurativa –, mangiano dai cassonetti, sbranano qualche mucca, pecora o asino, appaiono davanti a qualche essere umano per poi cambiare direzione. Gli orsi colpevoli, quelli che non muoiono in incidenti stradali, fucilati oltre il confine svizzero, o perché non sopravvivono alla telenarcosi – come è accaduto a Daniza – , vengono posti in cattività.

Nel maggio 2014, in Val di Sole, sempre in Trentino, si verifica un episodio molto simile a quello che ha reso tristemente famosa Daniza: mentre camminava nel bosco, un uomo si è trovato davanti un’orsa con il suo piccolo; l’animale, invece di scappare, si fatto avanti, senza tuttavia aggredirlo e l’uomo l’ha presa a bastonate, mettendola in fuga. Secondo gli esperti si sarebbe trattato di un “falso attacco”: la madre si è mostrata minacciosa per allontanare l’uomo, ritenendolo un pericolo per i cuccioli. “Siamo in attesa di poter conferire con il Ministro per verificare la possibilità di definire, all’interno del progetto, un numero massimo di esemplari, al fine di limitare potenziali situazioni di pericolo”, avrebbe dichiarato – stando a quanto riportato dalla cronaca locale – il presidente della Provincia Ugo Rossi nel commentare l’accaduto.

Il 14 giugno la Lega Nord richiede la rimozione dal monte Baldo degli orsi “che dimostrino di non temere di avvicinarsi alle attività o agli insediamenti umani”, inclusi quelli che non risultano pericolosi per l’uomo ma causano danni al bestiame e agli oggetti, senza aspettare il parere del Ministero. A seguito di un acceso dibattito – in cui un consigliere della lista civica Amministrare il Trentino prospetta come possibile soluzione “nostrana” l’abbattimento abusivo degli orsi, aggiungendo di averne assaggiato la carne e di averla trovata gustosa e suggerendo che “forse in tempi di crisi questa soluzione eviterebbe l’intervento del Ministero dell’Ambiente” – la mozione viene approvata.

Il 18 luglio la Giunta provinciale di Trento approva, in accordo con il Ministero, un aggiornamento del piano di azione valido anche in Alto Adige, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia: viene introdotta la categoria “orso problematico”, di cui fanno parte sia gli esemplari “dannosi” sia quelli “pericolosi”; per entrambi vengono predisposte procedure di intervento tra cui la cattura per immissione a vita in stato di cattività e l’abbattimento. Il giorno successivo la Lega Anti Vivisezione annuncia l’intenzione di fare ricorso, per violazione della Legge 157/1992 e degli articoli 544 bis e ter del Codice Penale, che costituiscono il reato di maltrattamento di animali. L’Associazione valuterà inoltre la possibilità di presentare un esposto alla Corte dei Conti per la sospetta malagestione dei cospicui fondi nazionali ed europei destinati, negli anni, al progetto Life Ursus”.

Natura selvaggia sì, purché sotto vetro

“Quello che è successo è grave – osserva Piero Milani del Centro Fauna Selvatica “Il Pettirosso” di Modena – si poteva intervenire in altro modo, o almeno lasciar passare la primavera, perché i cuccioli a otto mesi sono davvero piccoli: non sono mai andati in letargo e non sanno neanche come scavare una tana”.

Dal suo punto di vista tuttavia non è nemmeno corretto demonizzare il Trentino: nonostante la convivenza con gli animali sia molto stretta, la popolazione non ha mai sparato a un’orso o a un lupo e nemmeno ci sono stati casi di avvelenamento, come avviene invece più o meno regolarmente in altre regioni d’Italia. In Abruzzo, ad esempio, è stato di recente trovato un orso morto impallinato; l’uomo che l’ha ucciso gli ha sparato alle spalle, dopo averlo sorpreso mentre faceva razzia di galline all’interno del proprio pollaio. “Non è affatto un episodio isolato – spiega Milani – parliamo di 4 o 5 vittime di bracconaggio ogni anno: l’orso marsicano si sta estinguendo ed è raro che si arrivi a perseguire qualcuno; nel caso dell’ultimo episodio perché saltasse fuori un sospettato è stata messa una taglia di 50.000 euro”.

Anche al nord ci sono esempi di pessima gestione: Flavio Tosi, sindaco di Verona e presidente di Federcaccia Veneto, è stato denunciato proprio ieri dal Corpo forestale dello Stato dopo aver emesso un’ordinanza in cui si autorizzano i cittadini a sparare – “per legittima difesa”, nonostante non ci siano state aggressioni in zona – ai lupi presenti nelle valli del Parco naturale della Lessinia, intorno alla città. “Si vede che è rimasto impressionato dalla favola di Cappuccetto Rosso – ironizza Milani –, è come dire che la normativa nazionale, per cui il lupo è una specie altamente protetta, non conta più nulla”.

Tutta colpa dei giornali

La responsabilità – per non dire colpa – più grande però, in vicende come quella di Daniza, secondo Milani è della stampa: “prima hanno sollevato un gran polverone per il fungaiolo ferito, anche se in realtà si trattava di graffi; poi l’attenzione si è spostata, ossessivamente, sui tentativi di cattura dell’orsa: come se non si fosse contenti finché non fosse stata presa. Poi lei è morta ed è stato un grande piagnisteo fine a se stesso. Adesso – continua – la gente ci chiama, un po’ da tutta l’Italia, per sapere se c’è pericolo a entrare in un bosco e se ci sono animali feroci nella loro zona. Anche qui, a Modena, spesso escono articoli di cronaca che enfatizzano episodi inesistenti, che però terrorizzano la gente senza motivo. E’ giornalismo questo?”.

Daniza dunque, checché se ne dica, ha semplicemente fatto quello che tutti gli orsi fanno da milioni di anni: difendere la propria casa e la propria famiglia; esattamente come noi. “Il fatto è – dice Milani – che se lo facciamo noi siamo degli eroi, se lo fa un’orsa viene braccata”. Il problema infatti, oltre alla cattiva informazione, è la nostra incoerenza: “è giusto esultare quando liberano gli orsi – continua – ma allora bisogna essere disposti a sostenere il progetto anche quando, come è prevedibile che sia, l’orso va in mezzo alle arnie a farsi una scorpacciata di miele ”.

A scuola di comportamento. Nei boschi

Piero Milani si dichiara a favore di Life Ursus, ma c’è qualcosa di molto importante che manca: “negli Stati Uniti, quando entri in un parco naturale, ti spiegano come comportarti: come evitare che, ad esempio, gli animali si avvicinino attratti dal cibo; cosa fare in caso di avvistamento di una madre con i cuccioli o se si incontra un cucciolo solo; se non rispetti lo regole ti accompagnano all’uscita”. La gente di animali selvatici non ne sa nulla e quando entrano in un ambiente naturale, sia esso il bosco o la campagna, credono di avere solo diritti e nessun dovere. “Non si rendono conto – spiega Milani – che stanno entrando in casa di altri, degli animali che abitano lì. Vedono una madre con i piccoli e, invece di girare al largo, si nascondono dietro un albero a spiare; se incontrano un cucciolo solo lo vogliono prendere, se lo vogliono portare a casa. Non gli passa neanche per la testa che magari non è abbandonato e che, in ogni caso, portarlo via dal suo ambiente senza le dovute cautele significa procurargli un danno grave e irreversibile.

Per questo Il Pettirosso l’anno prossimo attiverà un corso, per insegnare a chiunque sia interessato – anche i bambini – come comportarsi in un bosco in presenza di animali selvatici, a partire dalla conoscenza e dal rispetto delle loro caratteristiche e del loro bisogno di libertà. “Le persone hanno paura di quello che non conoscono – spiega Milani – :vale per i grandi carnivori, come per animali come le innocue bisce d’acqua, che sono molto più comuni, ma ugualmente utili –; più si conoscono le regole della natura e più ci si innamora, in modo autentico – degli animali e dell’ambiente”. L’intento di Milani è di proporre il corso anche in Trentino, coinvolgendo persone – a suo dire ce ne sono tante – che, sapendo come comportarsi, hanno vissuto l’incontro con l’orso non come un pericolo ma come una bellissima esperienza.

Tra più e meno probabili teorie scientifiche, slanci emotivi ad esaurimento scorte e prese di posizione fine a se stesse, pare quindi che non sia proprio tutto da buttare, in questa vicenda. Nel perdere, un pezzo per volta, quel modo autoreferenziale tipicamente umano, di concepirsi, sempre e comunque, al centro di tutte le cose, non è escluso che ci sia anche qualcosa da guadagnare. Speriamo che questa riflessione venga fatta anche in quel di Trento e che, per quanto possibile, in futuro prima di catalogare gli animali come pericolosi in base al grado di “eccessiva confidenza verso l’uomo”, ci si chieda come e perché si è creata quella confidenza.

Eva Ferri

FOTO / Into the wild

Pezzi di Paul

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