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di Anna Ferri

Wikipedia è un sistema talmente rivoluzionario che non esiste una teoria capace di spiegarlo: funziona solo in pratica e questo è abbastanza strano. Quelli che lo conoscono bene parlano di un’anarchia organizzata, dove una comunità si autoregola e attraverso un controllo scientifico delle fonti diffonde informazioni nel mondo.

Una cosa pazzesca se pensiamo alla difficoltà di accordarsi su qualsiasi cosa, per esempio su una legge in Parlamento o molto più in piccolo per dei lavori in un condominio. Perché nel mondo virtuale funziona e in quello cosiddetto reale no? Una domanda da un milione di dollari la cui risposta è nascosta in milioni di piccoli dettagli. Il primo è che nonostante i tempi bui l’idea di libertà mantiene ancora un grande fascino, perché è su questo che si basa tutto il lavoro: contributi liberi, volontari e anonimi. Un sistema che in un nanosecondo ha spazzato via lo stereotipo secondo il quale una persona decide di collaborare a qualcosa solo per soldi, gloria o obbligo. L’idea che un essere umano possa fare qualcosa senza avere o chiedere nulla in cambio sembra fantascienza e invece proprio su questo è stato costruito un impero culturale, libero e gratuito. Dietro a tutto, dietro a ogni singola lettera che compare sul sito che è sesto al mondo per accessi (ogni mese circa 500milioni di utenti unici e 22miliardi di pagine visitate), si nascondono persone che ogni giorno mettono in pratica la loro personale piccola resistenza contro una società che si basa su un modello economico consumista e dove la cultura, tutta quanta e non solo quella ritenuta degna, viene relegata in un angolo come si fa in casa con quel vaso bruttino che ti ha regalato la suocera.

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Chi sono gli eroi di questa rivoluzione? I nerd. Se vi viene da ridere sappiate che non dovete. Per capire chi sono davvero i nerd cerchiamo la definizione su Wikipedia, dove c’è scritto che si tratta di persone con una certa predisposizione per la scienza e la tecnologia, al contempo tendenzialmente solitarie e con una più o meno ridotta propensione alla socializzazione. Comunemente conosciuti come smanettoni del computer con (spesso) una forte passione per la cultura sono loro che zitti zitti, dietro i loro schermi, stanno dimostrando che internet non è solo un luogo di perdizione ma anche di costruzione. “Internet è un moltiplicatore: ci metti dentro un gruppo di nerd con la passione per la cultura ed esce Wikipedia”, ci racconta Andrea Zanni, 30enne presidente di Wikimedia Italia, l’associazione che fa capo a Wikimedia Foundation e si occupa di diffondere la cultura libera nel mondo e quindi, in sostanza, di Wikipedia.

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Il fatto però, spiega Andrea, è che il lavoro dei nerd non basta più. Per quanto fondamentale, ora andrebbe integrato con quelli che potrebbero essere i veri protagonisti di una rivoluzione culturale e razionale che è già nell’aria: bibliotecari, professori, ricercatori. Figure, diciamocelo francamente, che spesso vengono bistrattate da istituzioni e società ma che in realtà posseggono le conoscenze e che potrebbero decidere di condividerle con il resto del mondo. Andrea è uno di loro: prototipo del bibliotecario del futuro, è laureato in matematica con un master in biblioteconomia digitale e si impegna nella diffusione della cultura e nell’open source “bacchettando” i colleghi che si limitano a gestire un catalogo e dare informazioni su dove si trova un libro su uno scaffale: “Se oggi nell’immaginario collettivo l’idea del bibliotecario è molto vicina a quella di un commesso la colpa è di un sistema che vuole resistere al mondo che cambia.

Il bibliotecario è un facilitatore della conoscenza ma se la gente lo bypassa perché va su Google diventa un problema. Allora io dico: se la vostra missione è l’accesso alla conoscenza sappiate che i vostri utenti sono tutti su Wikipedia ed è importante che tutti partecipino alla sua scrittura. Non solo maschi bianchi e nerd, ma anche professori e storici. Travasate le conoscenze e rendetele accessibili a tutti”. L’obiettivo quindi è quello di coinvolgere i tecnici e Andrea non gira intorno al concetto: “Se una cosa manca da Wikipedia è colpa tua, è questo il principio importante da far passare. Se hai un bene comune pensi non sia di nessuno. Non è così: se è di tutti vuol dire che è di tutti, quindi anche tuo. Se vedi una voce che non ti piace, che è sbagliata e lo capisci perché hai le competenze per giudicarlo ma comunque decidi di non migliorarla, la colpa è tua e non è di Wikipedia”.

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Wikipedia come una grande utopia? Non per Andrea che l’idea di comunità e di condivisione ce l’ha nel sangue. Maggiore di sei fratelli è cresciuto in una famiglia dove in casa venivano accolti bambini e madri in difficoltà. “Certi giorni a tavola eravamo più di quindici e questo mi ha portato a cercare un po’ di solitudine prima sui libri e poi davanti al computer. Diciamo che ho avuto un’adolescenza intensa. Rispetto la vocazione dei miei genitori ma non la condivido: Wikipedia è il mio modo di rendermi utile agli altri”. Andrea l’ha scoperta in un momento difficile da un punto di vista espressivo: viveva un conflitto tra l’amore per la lettura e la cultura e l’inutilità che vedeva nel leggere e stare a casa, accumulare nozioni e sentimenti.

Quando ha scoperto che quel bagaglio di informazioni potevano essere condivise, ha capito di aver trovato casa: “E’ una comunità di cui mi sento parte e che non avrei potuto incontrare senza internet per motivi geografici”. Quando gli chiedi dove sarà Wikipedia tra dieci anni, Andrea ti risponde in un soffio, senza pensare: “world domination”, e allora un po’ ti spaventi e invece lui ti guarda e inizia a elencare una serie di cose che si potrebbero fare anche subito e sarebbero pure belle: “Inserire nei contratti di professori e bibliotecari 3 ore di lavoro wikipediano – dice proprio così – a settimana e sull’open source. Creare maggiori rapporti con le istituzioni che hanno a che fare con la cultura e lavorare perché Wikipedia sia più letta e scritta in Africa, Sud America e Asia”.

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Si ferma un istante e continua: “Tra dieci anni spero di vedere progetti che non abbiamo ancora pensato”. Ci soffermiamo su quel termine, wikipediano, e viene da chiedersi se in effetti questo modello possa essere esportato, se davvero la possibilità sia non solo di condividere contenuti ma anche il modello che li gestisce: “Il nostro è un serio esperimento di governo di una comunità con il fine di dare accesso alla conoscenza. Da noi non si vota: lo vediamo come un ripiego perché significa che ci sono parti divise. Cerchiamo il consenso tra le persone e proviamo a far sì che la comunità converga su un’opinione. La gente lo fa perché è libero e bello e dobbiamo far sì che questo accada anche per altre cose”.

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Wikipedia però non è un paradiso. Recentemente è stata espulsa la femminista Carol Moore perché aveva insultato due colleghi maschi mentre a loro non è stata riservata la stessa sorte. Un fatto che ha risollevato le polemiche sulla discriminazione femminile all’interno della comunità. In realtà, se ci si riflette, una comunità virtuale è pur sempre fatta di persone e lì vengono riprodotte le dinamiche del mondo off line, dove di fatto le donne sono discriminate sul lavoro rispetto agli uomini e dove il digital divide – che vede tra le altre cose le donne in minoranza – è una realtà. Però i problemi non si riducono a questo. Diventare un wikipediano non è semplicissimo: “Siamo cresciuti e ci siamo strutturati – spiega Andrea -. Le regole sono aumentate quindi si è alzata la soglia per l’ingresso. Molte persone si sentono rigettate dalle difficoltà di accesso e dalla stessa comunità perché magari viene cancellata una voce o una modifica. Questo porta un certo livello di frustrazione: nessuno ha parlato con te e quindi decidi di andartene. Dall’altra parte, quelli che ogni giorno lavorano in maniera volontaria non hanno sempre tempo di inviare le spiegazioni delle modifiche. La comunità cerca di proteggersi da tutto: vandali, troll e per questo a volte può esserci un fuoco amico”.

Impossibile pensare che le difficoltà siano solo all’ingresso. Si discute in ogni gruppo, figuriamoci in uno di queste dimensioni e importanza. Andrea conferma la nostra tesi e ci scherza sopra: “Si litiga su tutto: forma e sostanza”. Questo però non toglie nulla al fatto che la comunità globale di Wikimedia, con la sua pignoleria e precisione, sia un esperimento importante di multiculturalismo con un obiettivo preciso: che tutte le persone del pianeta abbiano accesso alla conoscenza. Forse il sistema è perfezionabile, certo. Si tratta sempre di esseri umani e di un dibattito che varia dall’utopia all’impegno alle competenze, un po’ come quei discorsi bellissimi che si fanno da ragazzi all’Università. “E’ tutto raggiungibile – sottolinea Andrea – non è così fuori dal mondo come la gente pensa”.

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Tutto raggiungibile, non sempre però facilmente. L’esempio più eclatante è questo progetto che si chiama Wiki loves monuments che avrebbe l’ambizione di creare un catalogo virtuale di tutti i monumenti del mondo attraverso le fotografie scattate dagli utenti. Un’idea pazzesca non solo dal punto di vista culturale ma anche turistico. Come spesso accade, però, le leggi italiane rendono difficile anche la cosa più semplice, come appunto fotografare un monumento e metterlo su Wikipedia. Perché? Perché i beni culturali non si possono condividere con Creative commons  la cui filosofia è quella del riuso, modifica e condivisione. In poche parole, mettere a disposizione un contenuto che poi uno può prendere e usare come meglio crede e che potrebbe, ovviamente, tra le tante possibilità anche finire anche su siti a scopo di lucro.

Questo, nell’Italia che ha visto il Rinascimento, non è possibile. Quelli di Wikimedia hanno quindi assunto un avvocato che ha parlato con il ministero dei Beni culturali e raggiunto l’accordo che se si ottiene l’autorizzazione alla pubblicazione da chi possiede il bene culturale allora le foto possono finire sul sito web. Più facile a dirsi che a farsi. Oggi, spiega Andrea, “esiste una lista di 4500 monumenti fotografabili dei quali abbiamo preventivamente chiesto l’autorizzazione. Pochissimi in confronto al numero reale”. La battaglia per Wiki loves monuments sta continuando e a mandarla avanti c’è un nutrito gruppo. Già, perché se in molte cose l’Italia non conta molto nel mondo, su Wikipedia invece un minimo di credibilità ce l’ha: “Wikipedia in italiano è nella top ten e consideriamo che la nostra lingua si parla solo qui.

Per la legge bavaglio la comunità è andata in sciopero. Un’azione potente che è stata ripetuta dalle altre wikipedia nel mondo quando ci sono state proposte di leggi simili. In questo caso siamo stati un esempio per tutti”. Andrea è un bibliotecario, per quanto illuminato, e allora ci chiediamo se tutto questo lavoro sul web, i siti, gli ebook, non porterà alla scomparsa dei libri di carta e quindi anche delle biblioteche, almeno come le conosciamo oggi. Lui ci guarda e sorride: “Se Wikipedia si mangerà le biblioteche in termini di contenuto saremo tutti contenti perché significherà che hanno raggiunto il loro scopo. Wikipedia però è neutrale, mentre la cultura umana è fatta di espressioni singole, personali. Le tesi le presenti ma il libro – quello vero – lo trovi in biblioteca”.

Anna Ferri

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